30 Settembre 2020

"FUNERALI E POSTI D´ONORE:L´ATTO DI MORTE DI LUDOVICO III ENRIQUEZ CABRERA, CONTE DI MODICA " DI FRANCESCO EREDDIA

Chiesa di Santa Maria del Gesù a Modica


Funerali e posti d’onore


“El dicho Almirante es difunto y passado de este presente vida y murio oy dicho die por la mañana, como es notorio. Y este testigo le a visto muerto naturalmente, y esta es la vertad para el juramento que hiço y lo firmo de su nombre y dixo ser de hedad de veiente y sei años poco mas o menos, Bernave Martinez ante mi Joan de Sanctillana”.

La mattina del 16 agosto 1600 a Valladolid il notaio regio (escrivano de Su Magestad) Juan de Santillana stipulava l’atto di morte di Ludovico III Enriquez Cabrera, conte di Modica, e faceva firmare una dichiarazione giurata a tal Bernave Martynez, che in un altro foglio del documento è definito dal Santillana “criado de mi el dicho escrivano”, cioè suo segretario particolare. Si noti, per inciso, come il termine spagnolo “criado” passò dal significato di “assistente, segretario, funzionario pubblico o privato” nel siciliano “criatu” col significato spregiativo o comunque negativo di “servo”.
Si certificava esplicitamente in quell’atto di morte che il conte era “morto di morte naturale”, e lo si faceva in maniera diretta e cruda: bisogna tener conto, infatti, della giovane età del defunto (aveva appena 36 anni) e, soprattutto, del fatto che a quell’epoca gli intrighi di corte o famigliari troppo frequentemente sfociavano in morti più o meno silenziose procurate dal veleno.



“Si feciro l’exequij dela morte del signor Conte in la chiesa di Sancta Maria di Jesus, et particolarmente intervennero li giurati di Xicle et Ragusa et li procuraturi dell’università d’esse terre. Et circa la precedencia del loco di detti jurati et procuraturi, si observao del stesso modo che si fece nelli exequij del’altro Don Ludovico, conte di detto Stato. E fu che li giurati de Xicle hebbiro il loco nell’andare dal castello di Modica nella detta chiesa di Sancta Maria di Jesus e nel sedere l’ebbiro quelli di Ragusa; et, levati da sedere, altra volta lo presero quelli di Xicle insino al castello”.

Era l’anno 1600, il mese di dicembre, e nella chiesa di Santa Maria del Gesù di Modica si celebravano le esequie di Ludovico III Enriquez Cabrera, consorte di Vittoria Colonna, morto a distanza di appena quattro anni dalla nomina a conte di Modica.
Premettiamo che per celebrare le esequie “del’altro conte Don Ludovico”, cioè del padre Ludovico II, i registri della cancelleria comitale avevano sottolineato la cura e lo sfarzo profusi in quella circostanza da tutte le terre della contea. Erano stati acquistati cento metri di raso nero (“60 cannas de raxa negra”: la canna equivaleva a m. 2,064) per abiti e manti per gli uomini e le donne di corte, una trentina di metri di raso nero di qualità più bassa per gli uomini di servizio davanti al portale e all’interno della chiesa, nonché un quintale e mezzo di cera rossa. Si erano spese somme non indifferenti per tre manti neri per i castellani di Modica, Scicli e Monterosso e per erigere un sontuoso catafalco. Inoltre, erano stati pagati profumatamente i sagrestani che avevano garantito i regolari rintocchi funebri in tutte le chiese della contea “la noche y la dia de las obsequias”, ed erano state fatte venire da Scicli tre “piangenti” (“chuscias”, dal verbo “chuschar”, “tirare i capelli”) che, eredi delle preficae romane, recitavano e cantavano dietro compenso il “repitu”, cioè la nenia funebre, un antichissimo rituale gestuale e verbale, attorno al catafalco.
Ma in quest’altro funerale solenne il problema centrale appariva quello dell’ordine (“la precedencia del loco”) che dovevano rispettare i rappresentanti delle varie università della contea durante il corteo funebre (“nell’andare dal castello di Modica nella detta chiesa di Sancta Maria di Jesus”) e in chiesa durante la funzione (“nel sedere”). In particolare, quel problema formale, formalissimo, della “precedencia” toccava più direttamente le università di Scicli e di Ragusa.

“Poiché litigano le università delle terre di Scicli e di Ragusa circa la precedenza del posto d’ordine, cioè quale di esse debba stare davanti durante le esequie che s’hanno da celebrare per la morte di Don Ludovico Enriquez de Cabrera, di buona memoria, conte di questa Contea, dinanzi alla Gran Corte della medesima contea fu presa una deliberazione del seguente tenore.
“Poiché è vicinissimo il giorno delle esequie e i diritti delle università che sono in contrasto non possono essere dibattuti nei loro giusti termini a causa della brevità del tempo, si osservi quanto segue. Nelle esequie del defunto conte Don Ludovico, Grande Almirante di Castiglia, di felice memoria, senza generare pregiudizio alcuno all’una o all’altra università nei diritti di esse, quali che essi siano, si pongano in primo piano i luoghi della precedenza, i meriti della precedenza stessa, il principio della reintegrazione e quello della nullità di qualsivoglia deliberazione presa o sentenza emanata dalle altre suddette università casualmente competenti.
“E così, affinché venga osservata la sopra inserita deliberazione a tutela delle dette università di Ragusa e di Scicli, è stata redatta la presente nota come sopra, su mandato di Alessandro Cigala, Governatore Generale dello stato e Contea di Modica”.

La seduta solenne della Gran Corte, l’intervento altrettanto solenne e in goffo latino del governatore generale Alessandro Cigala (un mercante e finanziere genovese), la mobilitazione del maestro notaio della contea. Tutto concorre a produrre un’atmosfera un po’ surreale e a tratti, nonostante che la circostanza fosse per la sua stessa natura delle più tristi, umoristica e addirittura comica. E’ il caso, ad esempio, dell’umorismo involontario che scaturisce da quell’espressione infelicemente pedante del primo documento sopra citato: “et nel sedere l’hebbiro quelli di Ragusa”, in cui l’oggetto è naturalmente la “precedencia” o posto d’onore di quanti assistettero, seduti ovviamente, alla funzione religiosa. Che umoristica, per la verità, appare a noi moderni, ché gli uomini di quel tempo, oppressi dalla plumbea cappa inquisitoriale che gravava sul peccato “nefando” (la sodomia), se solo avessero avuto il più piccolo sospetto sulla postera ambiguità di quell’espressione, si sarebbero segnati con raccapriccio e terrore ben guardandosi dall’usarla. A meno che non si tratti, sia detto fra il serio e il faceto, del classico esempio di lapsus freudiano.
Né ci si fermò alle pur eccessive, ampollose e oscure registrazioni di cui sopra, bensì venne stilata altresì con bella e chiara grafia una “Nota dell’officiali et persone che intervenniro nell’exequie della morte dell’Almirante conte di questo Stato di Modica, li quali si feciro in Santa Maria de Jesus in Modica et tutti si congregaro in lo castello della città di Modica con l’ordine infrascritto”.
E seguiva un elenco dettagliato, città per città (“Monterosso, Chiaramonte, Ragusa, Xicle e Modica”): “li due giurati con lo procuratore dell’Almirante innanzi loro, l’altri dui col capitano inmenzo”, e poi, per Modica in particolare, “li dui contatori et Mastri Rationali in menzo del Conservatore et Castellano di Modica chi fu Francesco di Celeste et del advocato fiscale”. Quindi, dietro tutti costoro, “tutti l’altri officiali et persone confusamente”. Questo relativamente al corteo funebre sia all’andata che al ritorno (“Et questo circa l’andare et ritornare”). Quanto poi alla messa funebre (“Nel sedere”), troviamo in alto, evidentemente su un palchetto, “Il Sig. Governatore”. E poi sotto, alla sua destra e sulle sedie, “li giudici della Gran Corte; li due Contatori et Mastri Rationali; il detto conservatore et Castellano di Modica; l’advocato fiscale”. Quindi ancora, alla sinistra del governatore ma seduti “sopra banchetti”, “li giurati di Modica, Ragusa, Xicle, Chiaramonte e Monterosso”. Più in fondo alla chiesa “l’altri officiali et persone confusamente in altri lochi particolari”.
“Il quale obsequio – conclude finalmente questa nota certosina – si fece nel mese di decembre 1600”.
Tutto questo apparato teatrale la dice lunga sul formalismo esasperato di quell’epoca e sulla teatralità ‘barocca’ della Sicilia spagnola. Senza dire che queste esequie di Modica erano puramente formali, in quanto avvenivano a più di quattro mesi da quelle di Valladolid e a qualche migliaio di chilometri di distanza da quella che, in fondo, era la sede effettiva e ufficiale dei conti di Modica.



FRANCESCO EREDDIA

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