01 Febbraio 2023

« IO VIVO NEL POPOLO E COL POPOLO »: PITRE´ E GLI ALTRI NELLA SICILIA POSTUNITARIA " DI FRANCESCO EREDDIA

«La natura, le tendenze mi spingono agli studi del dialetto, ma il bisogno della vita mi stringe e costringe al letto dell´ammalato, in mezzo alle miserie e ai dolori dell´umanità che languisce. Ogni male, del resto, non viene per nuocere: ed è così che ho potuto raccogliere, rinsanguare in me quelle tradizioni popolari che son tanta parte dei miei poveri studi. Io vivo nel popolo e col popolo. Ho trent´anni compiuti. Lavoro un poco scontento sempre di me e degli uomini. Nulla temo, nulla spero, dal governo, il quale, se è buono nel principio che rappresenta, è tristissimo per tutta la canaglia che lo rappresenta e lo fa sfigurare e gli tira addosso ire e rancori di ogni genere».

Questa lettera di Giuseppe Pitrè, organizzatore teorico degli studi di folclore in Italia, porta la data del 1873. Pitrè ha trentadue anni, essendo nato nel 1841, ed esercita o, come lui stesso afferma, è costretto ad esercitare per vivere la professione di medico fin dal conseguimento della laurea nel 1866. Ma già da parecchi anni si dedica parallelamente alla ricerca folclorica. «Io vivo nel popolo e col popolo», dice il Pitrè nella sua lettera, dopo aver ricordato che la professione di medico gli ha consentito di "rinsanguare" le tradizioni popolari, cioè di riportarle a nuova vita con i suoi studi.
Questa dichiarata predilezione per il popolo rientra in quello che è stato definito un vero e proprio "innamoramento per il popolo", che costituì uno dei canoni fondamentali della cultura romantica europea. Nel concetto, o meglio nel mito del "popolo", venivano trasferite tutte quelle valenze positive – spontaneità, naturalità, ingenua inventività, sanità morale – che prima erano state attribuite dall´Illuminismo al "buon selvaggio". Già nel Settecento, infatti, si erano avute le prime avvisaglie in questa direzione, mentre in Italia agivano vere e proprie remore religiose verso un mondo culturale, quale quello contadino, che appariva ai benpensanti inficiato da atteggiamenti rozzi, pagani e superstiziosi. Ai primi dell´Ottocento, comunque, anche in Italia lo spirito romantico fa presa: la prima raccolta in assoluto di canti popolari siciliani è quella compilata nel 1817 in territorio ibleo, e precisamente a Comiso, da Giuseppe Leopardi-Cilia.
Nei decenni ´40-´60 si moltiplicarono i raccoglitori e le raccolte dal nord al sud della nostra penisola. Si diffonde l´idea del popolo creatore di una poesia superiore a quella colta, e alla fine degli anni Sessanta si diffuse anche in Italia il metodo sperimentale proposto dal Positivismo: la cosiddetta "scuola storica" propugnò la necessità di una indagine filologica, cioè linguistica, sui testi popolari basata sulla storia e sui dati provenienti da essa. Fra gli esponenti di questa scuola ricordiamo fra gli altri Ernesto Monaci (1844-1918), che è il destinatario della lettera del Pitrè con cui abbiamo aperto le nostre riflessioni.


Gli anni Settanta dell´Ottocento in questa direzione furono fondamentali. Nel 1877 Ermolao Rubieri pubblica la prima Storia della poesia popolare italiana, in cui la prospettiva storica ha un ruolo determinante. Afferma infatti il Rubieri: «I canti popolari possono essere composti: o dal popolo e pel popolo; o pel popolo, ma non dal popolo; o non dal popolo né pel popolo, ma da esso adottati perché conformi alla sua maniera di pensare e di sentire».
Ma quando il Rubieri pubblicava il suo studio, il Pitrè aveva già pubblicato nel 1868 il saggio Studi critici sui canti popolari siciliani in relazione con altri d´Italia. In quello stesso periodo nasceva il disegno di una Biblioteca delle tradizioni popolari, che il Pitrè iniziò nel 1871 e compì nel 1913 in 25 volumi. Nel 1871 usciva, infatti, la prima edizione dei Canti popolari siciliani raccolti e illustrati e l´anno dopo un volume di Studi di poesia popolare. Nel lungo studio introduttivo ai Canti popolari siciliani il Pitrè prendeva posizione sulle origini della poesia popolare, sia rispetto agli studiosi che mantenevano in vita il mito del popolo anonimo e collettivo poetante sia rispetto a quelli che alle origini dei componimenti popolari ponevano sempre la poesia dotta discesa tra il popolo e da esso adottata e adattata.
I canti popolari, secondo il Pitrè, non sono la creazione immediata e collettiva di tutto il popolo: dietro ogni canto c´è un poeta, che vive in mezzo al popolo. «Anonimo il canto diventa – dice il Cocchiara (1904-1965), apprezzato studioso delle tradizioni popolari - passando di bocca in bocca, da paese a paese, da montagna a marina. E in queste sue peregrinazioni perde il poeta, è vero, ma trova dei cantori. E qui, in questo suo eterno rivivere, è la vita stessa del canto popolare. E´ il pensare del popolo che il Pitrè pone a fondamento dei suoi studi, onde in tutte le sue ricerche questo sentimento lo guida e lo illumina».

A questo punto è necessario approfondire e definire le ragioni di ordine ideologico e psicologico che determinarono quello che abbiamo definito "innamoramento per il popolo".
La cultura popolare è più che altro una mentalità che può essere diffusa nell´immaginario collettivo a qualsiasi livello. Questa mentalità attraversa verticalmente le classi sociali, per cui è possibile riscontrarla anche presso quei borghesi (come il nostro Pitrè) che per necessità o per scelta restano legati al mondo popolare. Ma c´è anche dell´altro. I frangenti di crisi dei valori e delle strutture socio-economiche esistenti contribuiscono profondamente al diffondersi e radicarsi di tale atteggiamento mentale. E´ quanto avvenuto dopo le grandi trasformazioni prodotte dalla rivoluzione industriale a metà del Settecento e dalla rivoluzione politica del 1789. Da una parte c´è il mondo borghese, con il suo utilitarismo spicciolo e mediocre, dall´altra il mondo romantico fatto di ideali e slanci spirituali. L´inquietudine prodotta da questi rivolgimenti radicali trova una sorta di compensazione negli studi del passato, in una immersione totale nel mondo popolare.
Questo era l´atteggiamento psicologico del Pitrè di fronte al "nuovo" nella cui orbita la Sicilia era stata repentinamente immessa dopo l´annessione del 1860. Un atteggiamento romantico in ritardo, se si vuole, o di chi si colloca sempre in una posizione ideologica antitetica rispetto ai grandi cambiamenti, se si preferisce. Per gli intellettuali come Pitrè il passato diventa il luogo dei valori perduti e il loro recupero riesce a dare un senso a un presente vissuto come deludente e incomprensibile. Ma perché quel presente era così inaccettabile?

La generazione di Giuseppe Pitrè era quella di Verga, Capuana, Rapisardi e Salomone-Marino: la generazione che lo storico Giarrizzo ha definito dei "vinti". Era una generazione di intellettuali che avevano aderito con entusiasmo e con speranza alla rivoluzione del ´60: il nostro studioso, infatti, allo sbarco in Sicilia di Garibaldi si era arruolato appena diciannovenne nella marina garibaldina. Ma quagli intellettuali ben presto erano stati colti dalla delusione per la sconfitta degli ideali risorgimentali, immiseriti e soffocati in una quotidiana pratica di governo fatta di tante, troppe manifestazioni di malgoverno, in Sicilia come nel resto d´Italia.
Ecco perché nella lettera da cui siamo partiti per le nostre riflessioni il Pitrè scriveva: «Nulla temo, nulla spero dal governo, il quale, se è buono nel principio che rappresenta, è tristissimo per tutta la canaglia che lo rappresenta e lo fa sfigurare e gli tira addosso ire e rancori di ogni genere».



FRANCESCO EREDDIA
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