01 Ottobre 2020
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RAGUSA - E´ NATO IL COORDINAMENTO DI DIFESA COSTITUZIONALE CONTRO LA " SCHIFORMA " DI RENZI- BOSCHI: LO PRESIEDE CESARE BORROMETI.

La deriva autoritaria dell’Italicum
e della “deforma” costituzionale Boschi-Renzi
Nell’area iblea si è costituito un Coordinamento di Difesa Costituzionale
Il 6 maggio 2015, è stata definitivamente approvata la nuova legge elettorale (n. 52/2015) che il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, con il mal posto proposito di ritenerla un passo avanti del Sistema Italia, ha battezzato come ITALICUM. Parallelamente sta per essere approvata una radicale modifica della Carta Costituzionale (si è in attesa dell’ultimo passaggio – dall’esito scontato – alla Camera e della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale) che è più corretto definire “deforma” costituzionale dal momento che svilisce i principi ispiratori voluti dai Padri Costituenti.
Ma andiamo per ordine.
L’Italicum introduce un sistema maggioritario con premio di maggioranza, costruito con una serie di trabocchetti che tentano di svicolare i dettami della sentenza 1/2015 della Corte Costituzionale che dichiarò l’illegittimità del Porcellum proprio perché: a) non consentiva agli elettori la scelta dei candidati da votare; b) attribuiva alla minoranza “vincente” un premio di maggioranza senza soglia.
Ebbene la nuova legge elettorale consente l’espressione delle preferenze, ma prevede il sistema dei capilista bloccati che vengono eletti comunque al conseguimento, da parte della relativa lista, del primo seggio.
L’Italicum, dunque, apparentemente, ma solo apparentemente, abbandona il sistema delle liste bloccate (in cui i deputati sono eletti in base all’ordine di lista, senza che l’elettore possa mettervi becco), rendendo bloccati “soltanto” i capilista, mentre gli altri deputati vengono eletti sulla base delle preferenze. Tuttavia c’è un trucco. Vengono previsti, infatti, 100 collegi di dimensioni variabili da tre a sei seggi. Poiché difficilmente un partito elegge, in collegi così ridotti, più di un deputato, ecco che buona parte dei deputati non saranno scelti dagli elettori con il voto di preferenza ma saranno direttamente “nominati” dai capi dei partiti. Ad essere “cooptati”, insomma, saranno in grandissima maggioranza (il 70% secondo un calcolo approssimativo), i capilista.
Ancor maggiore è lo scostamento dalle prescrizioni della Consulta che l’Italicum concretizza con riguardo al premio di maggioranza. Ancora una volta apparentemente viene fissata la soglia per l’ottenimento del premio di maggioranza che andrà al partito che avrà raggiunto e superato il 40% dei voti, con ciò, peraltro, legittimando un premio di maggioranza notevolissimo. Tuttavia, anche questo principio viene sconvolto dalla previsione del turno di ballottaggio. In pratica, se nessun partito, com’è assai probabile, raggiungerà la soglia prevista del 40%, si terrà, tra i due partiti che avranno ottenuto più voti, un turno di ballottaggio, a seguito del quale lo stesso premio di maggioranza (40% dei deputati) sarà attribuito al partito che avrà preso più voti. In soldoni, ciò vuol dire che, tenuto conto dell’astensionismo crescente nel nostro Paese, e considerato che nel turno di ballottaggio molti elettori non sentendosi rappresentati da alcuno dei due partiti in competizione potrebbero non andare a votare, ben 340 seggi potrebbero essere assegnati ad un partito con percentuali di reale rappresentatività risibile (anche solo il 20% del Paese).
In definitiva, non solo l’Italicum non si adegua ai principi fissati dalla sentenza 1/2015 della Corte Costituzionale, ma rende possibile la sciagurata eventualità del partito unico, arbitro della vita politica del Paese come ai tempi del ventennio, con un’opposizione ridotta a mero orpello scenografico, impossibilitata ad incidere in una qualsiasi maniera sulle scelte nazionali. Si consideri poi che la rappresentanza parlamentare sarà in massima parte fatta da nominati i quali, in quanto tali, non potranno non prestare ossequio al capoccione del partito al governo onde ottenere la garanzia dell’inclusione in lista, e molto più dell’inclusione come capilista.
Nessun sistema elettorale è in grado di assicurare una perfetta corrispondenza fra i voti espressi e i seggi conseguiti da ciascuna forza politica che partecipa all’agone elettorale. Questo però non consente di buttare a mare il principio espresso dall’art. 48 della Costituzione secondo cui il voto è libero e uguale, diretta conseguenza del principio di eguaglianza e di partecipazione espresso dall’art. 3 Cost.
La legge elettorale, lungi dal rappresentare un’asettica tecnica di selezione della rappresentanza, è il principale strumento attraverso il quale si realizza un ordinamento rappresentativo e viene data concreta attuazione al principio supremo posto dall’art. 1 della Costituzione che statuisce: «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
A presidio della Costituzione repubblicana e dei suoi principi, un nutrito gruppo di cittadini, intellettuali, costituzionalisti e avvocati si è costituito in Coordinamento per la Difesa Costituzionale e sta promuovendo un referendum per l’abrogazione dei due articoli dell’Italicum che prevedono i capilista bloccati ed il premio di maggioranza senza soglia.
Il quattro aprile è partita la vidimazione delle schede per la raccolta delle 500.000 firme necessarie a promuovere il referendum mentre il nove e dieci dello stesso mese la raccolta delle firme è iniziata. Ottenere il referendum e far si che lo si vinca è una battaglia di democrazia alla quale nessuno deve sottrarsi, per evitare che le lancette del tempo tornino indietro alla famigerata legge truffa (addirittura migliorativa rispetto all’Italicum) o alla legge Acerbo che consentì al regime fascista di impadronirsi del parlamento dando vita, di fatto, al partito unico e all’uomo solo al governo.
Anche in provincia di Ragusa si è costituito un Coordinamento di Difesa Costituzionale e si auspica che in ogni città ne sorga uno per rendere più incisiva e capillare la battaglia per il referendum.
E veniamo alla deforma costituzionale.
E’ in corso di approvazione una modifica costituzionale che in combinato con la nuova legge elettorale completa il quadro del disegno antidemocratico in atto.
Si contrabbanda la necessità della “deforma” con la opportunità di rendere più snella l’attività parlamentare e con quella di ridurre i costi della politica. Non corrispondono al vero né l’una né l’altra affermazione.
Già oggi il sistema parlamentare italiano è il più prolifico d’Europa (viene promulgata mediamente una legge al giorno) ed il problema non è che non si legifera ma, semmai, che si legifera troppo. Risultato a cui non è d’ostacolo il bicameralismo perfetto. Peraltro, anche questo non deve essere un feticcio intoccabile, ma se si vuole mettere mano a tale sistema non lo si può fare con la peggior legge possibile che è la Renzi-Boschi.
Quanto alla riduzione dei costi è risibile pensare che questa possa derivare, in termini apprezzabili, dal mutamento del Senato e dalla riduzione a soli 100 Senatori non più titolari di indennità. Intanto resteranno a gravare sullo Stato gli ingenti costi per le spese vive che i nuovi senatori affronteranno comunque; ma poi, in realtà, sono i costi dell’apparato (uffici, servizi ecc.), che resteranno immutati, e che continueranno a rappresentare il vero costo rilevante della gestione di una camera senatoriale.
Con le modifiche della Costituzione proposte dall’attuale Governo, le Camere non saranno più rappresentative del popolo sovrano, ma del partito unico al governo e conseguentemente del solo suo capo. L’unica Camera dotata di rilevanti funzioni sarà la Camera dei Deputati.
Il senato non viene eliminato, ma sarà trasformato in un organo che dovrebbe rappresentare le istituzioni territoriali, privato del potere di dare o togliere la fiducia al governo.
Incerti e poco definiti sono, poi, i contorni di questo nuovo Senato, spesso ininfluente per scarsa dotazione di poteri o per forza di cose. Il futuro Senato sarà composto da 74 consiglieri regionali e da 21 sindaci designati dai rispettivi organi regionali. Non è dato sapere come i Senatori saranno eletti ed all’uopo sarà necessaria una legge quadro. Di certo i Senatori non riceveranno il mandato direttamente dagli elettori e l’unica concessione, assai vaga e piuttosto criptica, è che essi dovranno essere nominati “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Gli unici senatori a tempo pieno saranno i cinque di nomina presidenziale che resteranno in carico per tutta la durata del mandato del Presidente della Repubblica, non più a vita.
La prima conseguenza di questa modalità di nomina del Senato sarà che esso diverrà soggetto a continue variazioni, dal momento che i Senatori decadranno con i rispettivi consigli regionali o comunali. Si tratterà, poi, di Senatori a tempo parziale, molto più attratti dall’attività di Consigliere Regionale o di Sindaco (remunerata a differenza di quella di Senatore) che non dal mandato senatoriale.
Il Senato non voterà più le leggi ordinarie, ma solo leggi di riforma costituzionale e poche altre leggi. Sulle leggi ordinarie potrà proporre modifiche ai testi approvati dalla Camera, proposte che, tuttavia, non saranno per questa vincolanti. Sparisce la garanzia della doppia lettura per le leggi che riguardano i diritti fondamentali dei cittadini.
Ma la “deforma” Boschi-Renzi sconvolge profondamente anche l´autonomia legislativa delle Regioni, attribuendo allo Stato centrale il potere di decidere su temi fondamentali di rilevanza nazionale. Si pensi alla tutela dell’ambiente: sarà sottratta, di fatto, alle Regioni ogni possibilità di governo del territorio. Viene, infatti, introdotta la cosiddetta “clausola di supremazia statale”: ai fini della tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica o dell’interesse nazionale, su proposta del Governo – che se ne assume pertanto la responsabilità – la legge statale potrà intervenire anche in materie di competenza esclusiva delle Regioni.
Viene profondamente modificato il meccanismo di approvazione delle leggi e vengono previste dieci modalità di approvazione, il che aumenterà il contenzioso costituzionale provocando, stavolta si, allungamento di tempi ed incertezze sulla tenuta dei nuovi provvedimenti legislativi.
Al Governo viene attribuito il potere di imporre alla Camera dei Deputati tempi brevissimi per l’approvazione di leggi che insindacabilmente ritiene importanti. In questo modo il Governo si impadronisce, di fatto, dell’Agenda dei lavori parlamentari e senza nemmeno il limite dei requisiti di "necessità e urgenza" richiesti attualmente per i decreti legge.
Ed ancora, viene inserito in Costituzione l’istituto della “tagliola” (o ghigliottina) che stronca il dibattito. Permette infatti al Governo di imporre la chiusura del dibattito e delle proposte di emendamento entro il termine di 70 giorni, per passare subito al voto finale sul testo proposto. Il deputato non potrà discutere la proposta o proporre emendamenti e vedrà svilita la sua funzione; egli diventa un passacarte cui è riservato il solo compito di premere il pulsante SI (almeno i deputati della maggioranza che, per come eletti, risponderanno del loro voto non al popolo ma al capo del Governo).
Ecco dunque un altro profondo snaturamento dell’impianto costituzionale: l´esecutivo acquisisce così uno strumento di ingerenza nel potere legislativo che viola il fondamentale principio di separazione dei poteri.
Non meno gravi sono i reverberi della tirannia della maggioranza su tutta l’organizzazione statuale: elezione del Presidente della Repubblica, dei Giudici della Corte Costituzionale, dei componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura e di tutti gli organi di garanzia saranno totalmente in mano alla maggioranza, il che vuol dire in mano al Governo e, più che altro, al capo di esso. Un salto indietro nella storia di questo Paese ed un ritorno alle istituzioni “forti” con vilipendio per la democrazia e per i principi nati dalla Resistenza con i quali si è voluto cancellare ogni forma di assolutismo in favore di una democrazia partecipativa.
Per buona misura va aggiunto che la deforma Renzi-Boschi prevede l’aumento delle firme necessarie per promuovere i referendum e le leggi di iniziativa popolare, allontanando gli istituti di partecipazione diretta dei cittadini dalla portata di quest’ultimi.
Questi gli sciagurati connotati salienti della deforma Boschi-Renzi che, ovviamente, non ha ottenuto, come non poteva ottenere, la maggioranza qualificata dei due terzi dei voti dei parlamentari e, dunque, secondo quelle che sono le regole per la riforma della Costituzione, non diverrà legge immediatamente.
Su richiesta di 500.000 elettori o del 20% parlamentari o di 5 consigli regionali, sarà, infatti, indetto un referendum confermativo per il quale non è previsto un quorum minimo di votanti come per il referendum abrogativo: vincerà chi prende più voti, il SI o il NO alla deforma.
Ora è certo che l’adesione del 20% dei parlamentari sarà raggiunta, tuttavia è di fondamentale importanza riuscire a raccogliere le 500.000 firme dei cittadini elettori e ciò al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema difficile che facilmente si presta a mistificazioni. La campagna di disinformazione già avviata dal Governo (che si avvale – tra l’altro – com’è noto – di ampi e potenti mezzi d’informazione) tende a bollare la difesa della Costituzione come una battaglia di retroguardia, ispirata a conservatorismo, quando invece è l’esatto contrario. Difendere la Costituzione dall’attacco che le viene portato dall’obbrobrio della Boschi-Renzi significa avere a cuore la democrazia ed è una vera e propria battaglia progressista, contro l’oscurantismo retrogrado dell’uomo solo al potere.
Per concludere, vale la pena di ricordare quanto affermava Pietro Calamandrei, uno dei grandi Padri Costituenti, il quale soleva dire che, se si vuole fare un pellegrinaggio nei luoghi in cui è nata la Costituzione Repubblicana, occorre andare sui monti, nelle campagne, nei cortili, nelle carceri dove furono torturati ed impiccati coloro che per lo Stato Democratico sacrificarono la loro vita. #
Cesare Borrometi




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