12 Dicembre 2019
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RAGUSA - A OLTRE VENTI ANNI DALLA SCOMPARSA DI GIOVANNI SIMONELLI, " INTELLIGENZA CRITICA, INTELLETTUALE SCHIERATO, GRANDE LETTORE...ANARCHICO ": IL RICORDO DI PIPPO GURRIERI.

Giovanni Simonelli

Giovanni Simonelli



Il pomeriggio del 30 di maggio del 1996 il tratto di via Ecce Homo, tra via Mario Leggio e via Sirena, nel centro storico di Ragusa superiore, era pieno della folla tipica dei funerali. Nella parte alta della strada, la chiesa dell’Ecce Homo che la sbarra, aveva il portone spalancato, come d’abitudine, per accogliere le spoglie del defunto. Ma nessuno aveva fatto richiesta in tal senso. Forse era un auspicio del parroco, o una speranza, o forse una provocazione. Infatti, quando il feretro apparve dal portone, prese la direzione verso via Roma, dalla parte opposta, e dietro di esso si incolonnarono i parenti, gli amici, i conoscenti di quel lungo corteo funebre.

Un funerale controcorrente, dunque, cioè contro la corrente, contro la direzione del vento dell’abitudine e dell’omologazione, quello di Giovanni Simonelli. Un funerale laico come se ne vedevano e vedono pochi, poiché l’insana abitudine di portare in chiesa anche persone non credenti che in vita hanno manifestato idee atee o agnostiche, calpestando la loro dignità e la loro volontà, è ancora diffusa tra coniugi e parenti stretti.

Non fu così per Giovanni Simonelli: i familiari tutti, la moglie e i quattro figli in testa, furono coerenti e rispettosi, persino nell’apporre sulla bara la bandiera rosso e nera degli anarchici, come da suo desiderio scritto. La sua richiesta di una bara semplice, senza simboli religiosi - “ed in particolare senza la croce, simbolo di oppressione millenaria” - costrinse gli impiegati dell’agenzia di pompe funebri a svitare i crocifissi dalla cassa.

Una figura razionale, un’intelligenza critica, un intellettuale schierato, grande lettore, e acuto redattore di scritti, epistole, articoli in genere ruotanti attorno alla necessità di emanciparsi dai condizionamenti religiosi, di sottrarsi alle falsità dei testi sacri, di rivendicare una società laica e rispettosa di tutte le fedi e le diversità. Ma anche improntati a una analisi del sistema politico, del costume, dei fatti amministrativi, in chiave antifascista e libertaria.

Pochi giorni prima di morire - ormai cosciente della vittoria della malattia sul suo corpo - mi consegnò alcune carte, fra la quali un foglio rende l’idea chiara di chi fosse l’uomo Simonelli. Era una sorta di commiato scritto:

“Salve, salve moglie, figli, parenti, amici. Che fatica, quanti sacrifici per… niente. Lavori, studi, lotte politiche, religiose, liti in famiglia, amori, passioni, sentimenti… tutto scompare nel niente. Questa è la realtà: un traguardo fatto di niente! Non siate tristi se non esisto più fisicamente; rimarrò nei Vostri ricordi, i migliori. Ritengo di aver vissuto abbastanza, quindi non piangete, non pregate… tanto la Natura è indifferente al dolore dei viventi. E non fatevi illusioni: non esiste nessuna anima, nessun Dio. La Vita è un fenomeno bioelettrochimico di scarsa importanza nell’economia dell’universo increato ed eterno”.

Nella pianificazione della sua dipartita c’era dell’altro, fra cui la redazione dello stesso manifesto funebre, che infatti uscì nell’inedita forma di un suo personale addio: “Un ultimo estremo saluto ai congiunti, ai parenti, agli amici, ai compagni, ai conoscenti dal concittadino Giovanni Simonelli…”.



Ripercorriamone rapidamente la vita.

Nato nel 1918, di origini calabresi, trascorse l’infanzia nella colonia italiana di Libia, di cui porterà sempre un ricordo vivo e un legame forte, manifestato anche con alcuni riusciti dipinti. E’ qui che acquisirà le basi del suo pensiero antireligioso e di sinistra. Alla fine della seconda guerra mondiale con la famiglia si trasferì a Noto, dove divenne fervente attivista nel partito comunista, e fu tra i fondatori della locale sezione cittadina, ricoprendovi la carica di segretario politico. Dopo un’altra breve parentesi libica rientrerà definitivamente in Sicilia stabilendosi a Ragusa, dove aprirà uno studio di odontotecnico.

Il suo antistalinismo lo allontanò dal partito comunista e lo fece avvicinare a quello socialista, ma anche questa risultò un’adesione laica, in nome della libertà e della curiosità, che conviveva, infatti, con aperte simpatie verso gli anarchici, che aveva avuto occasione di frequentare sia in Libia che a Noto. In quest’ultima città era stato molto vicino all’anarchico Luigi Di Matteo, meglio noto come “U Iattarieddu”.

L’anticlericalismo e l’ateismo, e la sua concezione libertaria del socialismo, lo legarono all’anarchico Franco Leggio, che nel 1960 aveva fondato a Ragusa la casa editrice " La Fiaccola ", una cui collana era espressamente “atea-antireligiosa-anticlericale”. L’eccessiva accondiscendenza, per non dire il clima di compromesso ante litteram e di appiattimento con cui la sinistra ufficiale affrontava questi temi, spinsero Giovanni Simonelli ad accentuare il sodalizio con gli anarchici, caratterizzato anche dalla comune predilezione per l’agire in autonomia, e dal sentirsi sempre meno attratto dagli ambienti della sinistra istituzionalizzata, avviatasi a sostenere il sistema sociale vigente.

Negli anni 60, quindi, la sua amicizia con i coetanei Leggio, Mario La Perla e Maria Occhipinti fu profonda, preziosa, complice. Si caratterizzò per una vicinanza umana che lasciava spazio alla simpatia politica. E, naturalmente, a partire dagli anni Settanta, proseguirà con i giovani militanti del gruppo anarchico ragusano e di diverse altre località dell’isola, che cominciarono a frequentarlo e a scambiare idee e opinioni. Con la costituzione della libreria " Zuleima " nel 1978, dopo qualche anno trasformatasi in sede del Circolo anarchico, ne divenne uno degli assidui frequentatori, animatore di memorabili discussioni che appassionavano soprattutto i giovanissimi, stimolati dalle sue approfondite conoscenze in materia religiosa e scientifica, dalla saggezza derivante dalle sue esperienze e dal grande spirito di compagnia che lo animava.

Nel maggio del 1968 pubblicherà il libro “Il matrimonio non è un sacramento”, ovviamente per le edizioni La Fiaccola, di cui era divenuto intanto collaboratore; nel marzo del 1970 scrisse un’interessante prefazione al libro di Emilio Bossi “Gesù Cristo non è mai esistito”, che però, per varie vicissitudini, uscirà solo nel 1976, e verrà pure sequestrato per una quarta di copertina giudicata irriverente nei confronti di papa Paolo VI. Il suo scritto si basava sui recenti ritrovamenti dei rotoli del Mar Morto che rappresentavano la prova inconfutabile del fatto che il mito di Gesù Cristo fosse stato ripreso pari pari da altri miti preesistenti provenienti da Oriente.

Continui ed acuti i suoi interventi sulla stampa locale, con i quali interveniva criticamente sia sulle politiche amministrative che su episodi di costume, e, naturalmente, su fatti di attualità religiosa.

Scriveva anche lettere ai direttori delle maggiori testate giornalistiche nazionali, di cui era assiduo lettore e diverrà stretto collaboratore di due testate anarchiche, una nazionale: “L’Internazionale” di Ancona, e l’altra regionale: “Sicilia libertaria” di Ragusa.

Giornali, ed anche opuscoli e libri, diffondeva a piene mani, a partire dai suoi clienti per i quali ogni seduta era anche l’occasione di un’immersione in discussioni e conferenze personalizzate sui temi a lui più cari.

A un anno dalla morte, nel 1997, le edizioni " La Fiaccola " hanno raccolto alcuni suoi scritti in un volume intitolato “Perché non credo in Dio”; si tratta di quattro saggi brevi sulla Bibbia e sul Catechismo della Chiesa Cattolica; di quattro scritti su argomenti anticlericali; di 10 articoli e due altri scritti rimasti incompiuti, sempre su tematiche antireligiose. Si è voluto rendere omaggio, così, a un uomo libero e coraggioso, che ha combattuto fino alla fine per la libertà e l’emancipazione di tutti gli individui.

“Alla fine dei miei giorni posso serenamente concludere affermando che nulla esiste per noi dopo questa vita terrena, che è unica e sola!”.

E noi, in questa vita, amiamo ricordarlo per la grande lezione di coerenza che ha rappresentato per chiunque lo abbia conosciuto.

Pippo Gurrieri

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