29 Settembre 2020

" VITTORIA DOPO LA ´GRANDE GUERRA´: UN MONUMENTO PER I PRIGIONIERI AUSTROUNGARICI " DI FRANCESCO EREDDIA

Monumento-ossario per i prigionieri austroungarici
Vittoria, la mattina di quel 29 maggio del 1927, era fin dalle prime luci dell´alba in grande animazione. I balconi della Casa Comunale, la Piazza Vittorio Emanuele (oggi Piazza del Popolo) e molti edifici pubblici e privati erano imbandierati. Un gran numero di automobili, disposte in fila, sostava davanti al portone del Palazzo di Città. Tutto era pronto per la grande cerimonia.
Alle 9,30 in punto giunse il prefetto di Ragusa, e quasi contemporaneamente il generale dell´esercito ungherese barone Georgy Balas, presidente del Comitato di Budapest e delegato del governo, il tenente generale Csécsi Nagy, il console d´Ungheria a Palermo Desiderio Kirner, il podestà e il vice podestà di Vittoria, i rappresentanti dei veterani reduci di guerra, gli avanguardisti e i balilla con i gagliardetti, e tante altre autorità civili, militari e religiose.
Alle 10 il corteo giunse nel cimitero cittadino, accolto dai carabinieri, da un plotone di artiglieri, dalla Milizia fascista e dalle guardie municipali in alta uniforme.
Dopo i discorsi di rito delle massime autorità – discorsi fervidi e protesi tutti a sottolineare la fratellanza antica fra il popolo italiano e quello magiaro – veniva inaugurato il Monumento-Ossario ai soldati ungheresi deceduti in Sicilia in stato di prigionia durante la Grande Guerra del ´15-´18.
Era stato voluto dalle autorità palermitane, con in testa il prefetto Mori (il "prefetto di ferro"), che quel monumento sorgesse a Vittoria perché qui si trovava il maggior numero di salme di soldati ungheresi.
L´ossario, progettato dall´ingegnere A. Kirner, era stato costruito con la luminosa pietra bianca di Comiso: aveva, ed ha ancora, due splendide vetrate a colori realizzate dall´artista ungherese Roth Miksa ed è arricchito da un altorilievo dello scultore palermitano Sorgi, raffigurante la Madonna protettrice dell´Ungheria.
Due giorni prima c´era stata a Palermo, alla presenza di queste stesse autorità e del prefetto Mori, una cerimonia solenne nel corso della quale era stata celebrata la partecipazione del popolo magiaro alle guerre per l´indipendenza dell´Italia. Il maggiore Luigi Tuköry, braccio destro di Giuseppe Garibaldi nell´impresa dei Mille e nella conquista di Palermo, era caduto presso Porta Termini il 27 maggio del 1860.
«I Cacciatori delle Alpi - aveva scritto nel suo proclama il nostro Eroe dei due Mondi - perdono oggi uno dei migliori capi, uno dei più cari, dei più valorosi compagni! Gli Italiani giurano sulla tomba dell´eroico martire che la causa dell´Ungheria è la loro, e che cambieranno coi loro fratelli sangue per sangue!».



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In effetti, però, nei quasi settant´anni intercorsi fra quel proclama e le due cerimonie, quella palermitana e quella vittoriese, c´erano stati di mezzo gli anni terribili della prima guerra mondiale, la ´Grande Guerra´, nella quale gli Austro-ungarici erano stati per l´Italia il nemico da battere.
Una guerra, quella dei 1915/´18, le cui motivazioni economiche, sociali, politiche e ideali, separatamente considerate, appaiono agli storici di oggi insufficienti a darne ragione, e, anche considerate nel loro assieme, non sembrano fornire una spiegazione veramente adeguata all´immane catastrofe.
Eppure quella guerra c´era stata, e c´era stata l´ecatombe dei giovanissimi ufficiali di complemento (in gran parte giovani laureati o studenti, il nucleo di quella che avrebbe dovuto essere la classe dirigente italiana), gettati allo sbaraglio in azioni sanguinosissime senza preparazione. C´erano stati anni di sacrifici inauditi, con i soldati mandati a morire in una serie ininterrotta di offensive frontali condotte senza risparmio di vite umane. In meno di quattro anni di carneficina l´Italia aveva avuto 650.000 morti, un milione di feriti e mutilati e 600.000 fra prigionieri o dispersi. Considerando tutte le nazioni in guerra, quasi dieci milioni di uomini avevano perso la vita fra il 1915 e il 1918. Si era avuto un numero di vittime addirittura doppio rispetto a quello che erano costate tutte le guerre dall´inizio dell´Ottocento al 1913, cioè durante un intero secolo di tormentata storia europea.
Alcuni anni dopo, però, il regime fascista, per opportunità di politica estera, aveva instaurato rapporti amichevoli con l´Ungheria: così si spiega la cerimonia di Palermo e quella di Vittoria del 1927.


***

I soldati ungheresi raccolti nel Monumento-ossario di Vittoria erano prigionieri di guerra, morti anni prima, durante la ´Grande Guerra´, a causa di un´epidemia di influenza (la famigerata ´spagnola´). Nella città ragusana, infatti, fu installato il più grande campo di concentramento di tutta la Sicilia.
Il 18 dicembre del 1915 l´Ufficio Fortificazioni di Messina, su incarico del Comando del Corpo d´armata di Palermo, telegrafava al sindaco di Vittoria chiedendo se nel territorio della città esisteva «una località pianeggiante, salutare, poco coltivata, con prossima acqua potabile, capace per un accampamento di 5.000 uomini».
Non sappiamo perché fosse stata scelta proprio Vittoria: che avesse influito il nome della città, così augurale e di buon auspicio per un Paese impegnato in una guerra tremenda? Non possiamo affermarlo con certezza, ma certo è che alcuni anni più tardi il regime fascista unirà idealmente Vittoria e i "colli fatali" di Roma attraverso una carrozza ferroviaria Vittoria-Roma, che è stata attiva fino a non molto tempo fa.
Il sindaco rispondeva affermativamente, assicurando al Comando Militare acqua gratis, luce e locali, nonostante la fiera opposizione dei socialisti vittoriesi che criticavano la concessione di energia elettrica e di acqua, mentre buona parte della popolazione era priva di quei servizi essenziali.
Alcuni mesi dopo, nel 1916, i lavori venivano ultimati: i 5.000 prigionieri austroungarici iniziali diventarono, però, ben 20.000. Bene accolti dalla popolazione (nonostante i problemi relativi all´acqua e alla luce), restarono lì qualche anno lasciando come segno concreto della loro permanenza un´infinità di piccoli oggetti da loro stessi eseguiti. Oggetti che ancora oggi si trovano quasi dimenticati in tante case vittoriesi o sono entrati a far parte di collezioni private.
E il campo di concentramento? Divenuto durante la seconda guerra mondiale deposito di materiale bellico e sanitario dell´esercito italiano, negli anni Settanta, dopo un lungo abbandono, è
entrato nella disponibilità della municipalità cittadina, trasformandosi gradualmente in sede del mercato del sabato e soprattutto dell´EMAIA.
Nata come fiera campionaria di macchine agricole e industriali e quindi appuntamento importante per le attività produttive e commerciali non solo della Sicilia, da alcuni anni per inadeguatezza e incuria degli amministratori locali è entrata in una fase di declino, come peraltro tante altre importanti istituzioni economiche e culturali di Vittoria.


FRANCESCO EREDDIA

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