"«PORRE UN ARGINE AGLI ABUSI E ALL´INGORDIGIA»: 1818, UNA MOZIONE CONSILIARE PER I LAVORATORI VITTORIESI " DI FRANCESCO EREDDIA



«PORRE UN ARGINE AGLI ABUSI E ALL´INGORDIGIA»:
1818, UNA MOZIONE CONSILIARE PER I LAVORATORI VITTORIESI
« Nel momento in cui siete qui riuniti, si presenta uno dei membri del vostro corpo stesso che, animato dalla fiducia che ha riposto nel vostro patriottismo, viene a chiedervi una deliberazione colla quale si assicuri la dovuta giusta mercede alle persone che si impiegano alla coltura dei nostri terreni, e con specialità nelli vigneti, unica e principale fonte dei nostri averi, col porre un argine agli abusi introdotti dall´ingordigia ed avarizia dei proprietari insensibili al dovere ed alla voce dei poveri uomini che chiedono la corrispondente mercede del loro lavoro ».
Vittoria, 22 novembre 1818. Si riunisce il Decurionato cittadino (l´equivalente del Consiglio comunale dei giorni nostri) per trattare alcuni problemi legati alla vita amministrativa. I ´decurioni´, in numero di 23, sono riuniti nel «Venerabile Oratorio del Glorioso Patrono S. Giovanni Battista». Presiede il barone di Spadafora Carlo Leni.
Notiamo anzitutto un paio di cose. Sede delle assemblee cittadine è, per tutto il Settecento e fino ai primi decenni dell´Ottocento, quell´Oratorio della Basilica di S. Giovanni che – lo abbiamo già visto parlando della nascita a Vittoria di Francesco Saverio Labriola, futuro padre di Antonio Labriola – era sede fin dal primo Settecento della «Congregazione Segreta de´ 33». Una Congregazione che già in quell´occasione abbiamo visto come animata da uno spirito profondamente progressista di libertà, uguaglianza e fratellanza. Né può essere un caso che a presiedere quella seduta del 1818 sia il barone Carlo Leni, figlio di quel Francesco Leni padrino del piccolo Labriola e morto proprio in quell´anno.
I documenti d´archivio come il nostro, e in special modo i verbali delle sedute ufficiali degli amministratori cittadini, rendono più comprensibile la seguente celebre riflessione di sant´Agostino:
«Il passato non è più, il futuro non è ancora. Dunque solo il presente esiste. Non propriamente, allora, si può dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe meglio dire che i tempi sono: il presente del passato, quando il passato era presente; il presente del presente; il presente del futuro, quando il futuro sarà presente».
Un verbale, redatto in tempo reale durante una seduta ufficiale, appartiene non genericamente al ´passato´, ma appunto «al presente del passato, quando il passato era presente».
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Ma torniamo a quella storica seduta.
A un certo punto - dopo che il dibattito ha interessato soprattutto un contenzioso con tecnici e ´mastri´ relativo a un appalto per lavori eseguiti nell´acquedotto della città -, viene « proposta dal Decurione Dr. Maggiore la seguente mozione », quella cioè con la quale abbiamo aperto queste nostre riflessioni. Il fine ultimo di questa lunga e articolata mozione è quello di ottenere « una deliberazione colla quale si assicuri la dovuta giusta mercede» al lavoratori della terra, e i modi per raggiungere questo obiettivo sono principalmente finalizzati « alla coltura dei vigneti e al suo perfezionamento ».
Si tenga presente, en passant, che i vigneti costituivano realmente «l´unica e principale fonte dei nostri averi», dato che già nel corso del Settecento enormi quantità di vino partivano dal porto di Scoglitti alla volta di Malta. E nel 1808 l´abate Paolo Balsamo, funzionario del governo borbonico che visitò la contea di Modica e il territorio di Vittoria, lasciò scritto nella sua relazione, a proposito del nostro vino, che esso « si deve riguardare come il migliore tra quelli da pasto di tutta la Sicilia, e se ne computa l´esportazione annua per Malta ed altri luoghi più di 12.000 botti ». Inoltre, questa idea del «perfezionamento » nella loro coltura, cioè di un miglioramento della resa agraria attraverso il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini, era propria dei cosiddetti "fisiocratici", intellettuali e uomini di scienza che cominciarono a diffondere queste idee nei circoli illuministici e massonici intorno alla metà del Settecento. Come il fiorentino Domenico Sestini che nel 1776, dopo una permanenza nel nostro territorio, aveva redatto un trattato dal titolo «Dei vini della Vittoria» e aveva scritto: «il vino della Vittoria è ottimo, generoso e grato al palato».
Il primo problema relativo all´obiettivo di garantire la « dovuta giusta mercede » riguarda, sostiene Maggiore, « l´inveterato uso di portare a faticare nelle vostre campagne gli uomini in ogni settimana senza convenire preventivamente la corrispondente mercede, e doverla soddisfare al prezzo che la Domenica seguente si stabilisce ». Anzitutto, il definire da parte del dr. Giuseppe Maggiore «vostre» le campagne, rivolgendosi agli altri decurioni, ci dice con certezza che il promotore della mozione apparteneva alla borghesia delle professioni, era cioè molto probabilmente un avvocato o un notaio, là dove gli altri esponenti del Decurionato erano proprietari terrieri. Ma andiamo a quello che Maggiore chiama "inveterato uso".
I contadini, i braccianti, venivano ´adduvati´, cioè ingaggiati dopo una selezione che puntava soprattutto alla giovane età e alla robustezza fisica, senza stabilire il compenso per la prestazione d´opera. Compenso che veniva stabilito o meglio imposto da alcuni proprietari a fine settimana e precisamente la domenica successiva. Così che, sostiene Maggiore, « il giorno della Domenica la gente di campagna » veniva per di più defraudata anche del legittimo riposo e della possibilità di « curare gli oggetti di Religione », cioè dedicarsi con le famiglie alle pratiche di culto. La domenica, infatti, passava fra accese discussioni, proteste e lamentele senza fine.
Per di più, continua nella sua relazione il dr. Maggiore, vi è una « sproporzione mostruosa che s´osserva nella mercede de´ contadini in corrispondenza ai tempi e ai prezzi delle derrate che dovrebbero regolarla ». Il salario è troppo basso e insufficiente a garantire una vita dignitosa ai lavoratori e non tiene conto del recente vertiginoso aumento del costo del grano e della farina. Così che « dopo una settimana di fatica un povero uomo non poteva acquistare un tumulo di grano per la sua famiglia », essendo il suo compenso settimanale inferiore al costo dei cereali. Il lavoratore, afferma con pietà cristiana Maggiore, « trascurato ed abbandonato all´indigenza corre pericolo di perire».
A questo punto della mozione cosa propone Maggiore? Di fare appello alla legge e risolvere tutto attraverso appunto la ´legalità´.
Fa riferimento, infatti, al Regio Decreto dell´11 ottobre 1817 che al Titolo 5°, «Relazione del Sindaco col Decurionato», all´art. 25 afferma che l´organo amministrativo deve « determinare le istituzioni e le opere che convengano all´economia, alla cautela, al commodo ed all´ornamento del Comune, e fare altre simili deliberazioni d´interesse ed influenza generale ».
Con una sottigliezza degna di un uomo di legge il dr. Maggiore riesce addirittura a piegare una ´regia´ legge (borbonica!) alle esigenze di un Comune prevalentemente liberale e progressista. «Non resta dubbio che può il Decurionato, come un affare d´interesse ed influenza generale, prendere parte in questo di cui si parla e liberare la povera gente dal capriccio e dall´avarizia dei cattivi cittadini, nemici dei loro simili ». L´interesse collettivo deve prevalere, dunque, su quello di alcuni soggetti che, per avidità ed egoismo, compromettono l´economia dell´intera comunità.
Il dr. Maggiore, perché venga assicurato l´interesse economico di tutti i cittadini, propone cioè di «sospendere ai privati la facoltà di stabilire la mercede della fatica fatta dai contadini e depositarla nelle mani d´una autorità pubblica ». Il sindaco, secondo Maggiore, può e deve fissare « nel modo più equitativo » il salario spettante al lavoratore.
Come si concluse la storica seduta?
« Il Decurionato – afferma solennemente il verbale – a voti unanimi pensò di accettare la proposta e discutersi ».
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Ό μϋθος δηλοϊ ότι, dicevano gli antichi greci alla fine di un racconto che servisse da esempio morale: "la narrazione dimostra chiaramente che...", e seguiva la morale discendente dal racconto esposta in maniera esplicita anche se in forma piuttosto sintetica.
Per quanto ci riguarda, pensiamo che ogni commento o ´morale´ conclusiva sia perfettamente superflua e inutile, se dopo ben due secoli (cioè, duecento anni!) tutto quello che abbiamo esposto (cambiando solo il tipo di prodotto agricolo e i protagonisti di questa storia) è perfettamente, drammaticamente attuale. Eccetto il fatto che non abbiamo avuto nel recente passato , e non sappiamo se avremo nell´immediato futuro, ´decurioni´ e sindaci disposti a opporsi a ogni forma di ingiustizia sociale.
FRANCESCO EREDDIA