MODICA - " LE STAGIONI DI VIRGILIO FAILLA " DI GIUSEPPE CALABRESE ( DAL CONVEGNO A CURA DELL'ASSOCIAZIONE " VIRGILIO FAILLA " E DEL COMUNE DI MODICA DEL 25 OTTOBRE 2019 ).

07-02-2020 16:24 -

Le stagioni di Virgilio Failla:
La poesia, il giornalismo e la passione civile

Pochi fotogrammi, per nulla sbiaditi dal tempo, legano la mia vicenda personale e sociale all’impegno politico e civile di Virgilio Failla. I primi si riferiscono a 43 anni fa, quando avevo solo 17 anni, alla sera del 18 Giugno 1976, in occasione della chiusura della campagna elettorale per le Politiche e le Regionali (si votava anche per l’Ars), che tre giorni dopo avrebbero sancito uno dei picchi più alti di consenso mai ottenuti dal Pci in sede nazionale, con circa il 34% dei voti, sfiorando il sorpasso con la Dc.
L’esponente comunista tenne il comizio conclusivo in una Piazza Matteotti strapiena in ogni sua parte. Un “popolo” venne ad ascoltarlo. Prima, Failla si era incontrato davanti alla sezione “Palmiro Togliatti” di Corso Umberto I con l’ex sindaco democristiano Pippo Rizza, con al seguito i rispettivi sostenitori. Si conoscevano da giovanissimi, tutti e due del ‘21, avevano fatto la Resistenza, sia pure in contesti diversi, ma soprattutto c’era rispetto tra avversari politici, tutto il contrario di come si usa spesso oggi.
Gli altri risalgono a tre anni dopo, al 27 Ottobre del 1979, quando, dopo la sua morte improvvisa avvenuta a Roma due giorni prima, assistetti appena ventunenne ad un omaggio ininterrotto della città di Modica al politico del Pci durante la camera ardente allestita nell’Aula consiliare del Comune. Un ulteriore segno tangibile che la figura evocava passione politica, che in questi tempi tanto ci manca, e consenso per le tante battaglie che aveva combattuto per la sua terra.
Una passionalità che Failla esprimeva sin da adolescente, quando diede alle stampe un volumetto di poesie dal titolo “Eos”, la dea dell’aurora, pubblicato a Milano nel 1940 per i tipi di Centauro Editore. Si trattava di una raccolta di versi scritti tra i 15 ed i 17 anni, tanto che era pronta già dall’estate del 1938. Ma uscì due anni dopo a causa di non meglio precisate "vicende editoriali", forse legate alla censura fascista." Essi rappresentano – ammise Failla – un tentativo quasi coraggioso".
L’opera conteneva diverse poesie d’amore proposto nelle più svariate sfaccettature, con un’esplicita quanto significativa dedica: “A chi amo A chi m’ama”. Dagli amori impossibili ai sentimenti più delicati, dai primi palpiti all’innamoramento più consapevole. La raccolta comprendeva pure versi sui luoghi di villeggiatura come il villino in contrada Cinquevie; di carattere bucolico, oltre a liriche di natura mitologica o dedicati a figure dell’antica Roma, quali Romolo, Furio Camillo e Scipione.
Non mancavano strofe di taglio esistenzialista, quasi a ribadire i tormenti di un Virgilio Failla adolescente, ancora alla ricerca di una precisa identità. Della raccolta “Eos” mi hanno colpito in particolare tre liriche, che vi proporrò stasera per ragioni che comprenderete più avanti, a conferma della personalità e, soprattutto, della sensibilità di un Failla inedito rispetto al battagliero parlamentare comunista che la comunità iblea ha conosciuto.
Nella prima lirica, di impronta quasi pasoliana, due bambini, fratello e sorella, vennero visti nella essenzialità dei loro corpi, ancora tutti da scoprire, nella spontaneità dei gesti e dei movimenti, nella semplicità delle loro azioni…

Mentre nella poesia “Altri tempi” Failla affrontava un tema sociale legato alle asperità ed alla durezza del lavoro minorile, una delle piaghe più antiche del nostro Paese, e la questione della fatica disumana e della fame che dovevano subire questa sorta di operai-bambini e puntava il dito contro gli adulti che traevano profitto così di manodopera in tenera età, chiedendosi perché accadesse tutto questo e nessuno mettesse fine a questa atroce sofferenza…

Virgilio Failla aveva anche composto alcuni poemetti lirici, di cui uno dedicato alla cruenta guerra civile spagnola che si combattè tra il Luglio del 1936 e l’Aprile del 1939, dai quali furono estrapolati alcuni versi. Dalle strofe, scritte "nella lontana està del 1937" – come scrisse in calce alla lirica, emergeva il clima sanguinario e spietato del conflitto che vide il coinvolgimento di diverse truppe straniere, al punto che si chiese perché mai non si possano fare strada la pace e la concordia…

Sapevo dell’esistenza di questa raccolta di poesie da diversi anni, anche se non ero riuscito a trovare la sua esatta collocazione, quando le ulteriori ricerche avviate in vista del convegno di oggi mi hanno fatto scoprire che la Biblioteca della “Fondazione Gramsci” dell’Emilia Romagna, che ringrazio per la preziosa collaborazione, ne custodiva una copia. Anche se, prima della spedizione del volumetto, gli operatori dell’Istituto Gramsci di Bologna si accorsero che l’opera aveva due pagine strappate di netto, dalla facciata 36 alla 39.
“Un giallo” che ho tentato di decifrare. Dalla raccolta mancavano infatti una o più poesie, di cui conosciamo solo il titolo: “Ditirambo” (nell’antica Grecia era un canto corale in onore del dio Dionisio). Quelle pagine erano state strappate da mano comunista per mettere al riparo il “compagno Virgilio” da eventuali speculazioni? O, più semplicemente, era stata un’azione della censura fascista, come avrà modo di confermare lo stesso Failla in un infuocato dibattito alla Camera, nella seduta del 13 Ottobre 1950, presieduta da Giovanni Gronchi, che nel 1955 sarà poi eletto Presidente della Repubblica.
Il deputato comunista non avrebbe mai potuto immaginare che a dieci anni esatti dalla pubblicazione di “Eos” si sarebbe dovuto difendere nell’aula di Montecitorio da un duro attacco di Umberto Sampietro, deputato Dc di Borgosesia. Pur chiarendo che "nessun Failla ha mai scritto, pubblicato e distribuito poema alcuno per Mussolini", il parlamentare democristiano affermò che "l’onorevole Virgilio Failla ha “cantato” del fascismo, delle sue glorie e del suo duce in Eos, raccolta di odi. Inoltre egli ha scritto un poema lirico sulla guerra di Spagna".
Immediata fu la replica dell’esponente del Pci, che annunciò la consegna alla Presidenza di una copia del volumetto di poesie: "Amo parlare di questi versi perché un ragazzo di 16 o 17 anni manifestava in questo suo volumetto un orientamento decisamente antifascista già dal 1938; così per il citato poema o poemetto lirico sulla Spagna, di cui il fascismo permise la pubblicazione di una sola strofa, la quale strofa chiaramente alludeva a truppe barbare, e le truppe barbare altro non potevano essere che le truppe marocchine ingaggiate da Franco…".
"No, legga: diceva – incalzò ancora Sampietro in un crescendo polemico senza fine – che “contro stavan i militi”. "…E concludeva in maniera molto aperta – precisò però Failla – dicendo: “Premono ovunque le truppe barbare, ferocemente di morte cupide: o idea di pace e di amore, perché aspra sei sì pei tuoi figli?”. Ma l’esponente della Dc non accennava a demordere dal suo attacco al deputato comunista: "E dice ancora… – aggiunse – un’altra schiera, un altro duce scenderà nel campo”.
Quando Failla si rivolse direttamente al Presidente Gronchi: "Ella noterà come dalla pagina 36 alla pagina 39 esista un taglio, taglio che fu operato dalla censura fascista" –, smentendo così nella maniera più categorica qualunque sua forma di simpatia nei confronti del fascismo, che invece l’onorevole Sampietro cercava in tutti modi di accreditare. "Come anche esiste – proseguì – una poesia, “Altri tempi”, in cui si pongono già dei problemi sociali, anche se io non avevo allora una visione completa e giusta dei problemi sociali stessi".
Ma l’autentica novità nel duro dibattito di quella seduta della Camera la introdusse il politico comunista, andando oltre gli attacchi, in alcuni passaggi stucchevoli, e toccando uno dei temi “sensibili” del primo dopoguerra: i tanti giovani illusi dal fascismo. Sempre interloquendo con Gronchi, Failla affermò: "Desidero aggiungere, Signor Presidente, che non avrei trovato strano e non troverei strano che un giovane, un giovanetto, un ragazzo di scuola avesse potuto, ad un certo momento, avere delle idee più o meno fasciste e fosse stato ingannato dal regime che allora vigeva".
Una questione che aveva sollevato lo stesso Failla appena tre anni prima, nel 1947, nella doppia veste di responsabile nazionale della Commissione giovanile del Pci e di capo redattore del settimanale Il Lavoratore di Padova, organo della federazione provinciale del Pci (ce n’era uno per ogni provincia del Veneto), che iniziò le pubblicazioni nel 1943. Nell’edizione dell’8 Giugno 1947 pubblicò un articolo in prima pagina dal titolo “La “crisi” dei giovani”, che aveva come occhiello “Echi e risultati della Conferenza di Roma”, in cui si affrontava tra l’altro il nodo del recupero alla vita democratica degli ex giovani fascisti, abbagliati dalle promesse del regime. "Il problema della gioventù non è problema di un partito – scrisse –, ma di tutto il popolo. Per questo i comunisti devono sforzarsi di impostarlo e risolverlo su una base unitaria, democratica e di massa, contro ogni settarismo e tentativo di scissione della gioventù italiana. Anche i giovani fascisti pentiti, anche quelli che si sono accorti o si accorgono tardi dei loro errori, saranno accolti – assicurò l’esponente comunista con un’impostazione squisitamente togliattiana – senza falsi pregiudizi dai giovani democratici militanti nelle organizzazioni di massa".
Non fece sconti neppure su certi limiti della gioventù comunista con un secondo articolo sulla Conferenza di Roma, uscito sempre sulle colonne de Il Lavoratore una settimana dopo, il 15 Giugno 1947, dal titolo “Forze nuove nel Partito”. "Non sempre i giovani comunisti mostrano – rilevò – quello “slancio” di cui a Roma si è tanto parlato e che è veramente indispensabile ad un Partito d’avanguardia. Conseguenza – questa – tra le altre, della deficiente formazione politica ed ideologica dei nostri giovani, i quali, in qualche caso, arrivano ad interpretare in maniera riformistica, quietista e rinunciataria la linea politica del partito. Sono i casi limite dei “giovani-vecchi”.
Sia il 1947 che il 1946 furono due anni vitali nell’attività giornalistica di Virgilio Failla, strettamente legata all’impegno di dirigente di partito ed influenzata anche dai rapporti politici e culturali che si rivelarono decisivi anni prima nella scelta della lotta partigiana, come quello con il latinista Concetto Marchesi che, dopo essersi dimesso da Rettore dell’Università di Padova, aveva invitato gli studenti alla mobilitazione contro il fascismo. Un biennio che si rivelò sicuramente propedeutico per le scelte successive del politico comunista, che nel Dicembre del 1947 rientrerà in provincia di Ragusa, impegnandosi in prima linea nella riorganizzazione del Pci in territorio ibleo.
La ricostruzione di questo biennio di giornalismo politico non è stata facile ed ha richiesto parecchi mesi di ricerche, considerato che le collezioni dei giornali d’epoca sono sovente incomplete e soprattutto non digitalizzate. Solo la generosa disponibilità offerta dalla Biblioteca civica di Padova, che ringraziamo per la preziosa collaborazione, e di Antonio Floridia, per le verifiche incrociate nell’archivio della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, ci hanno consentito di garantire un minimo di organicità alla documentazione ritrovata.
Ma l’impegno giornalistico aveva avuto già l’anno prima un imprimatur di rilievo con Il Mattino del Popolo di Venezia, quotidiano politico di due pagine (quattro la domenica), che si rivolgeva "ai lettori che guardano con simpatia – scrisse la direzione nel numero 1 del 1° Maggio 1946 – alle correnti più conseguentemente democratiche, di sinistra", foglio di cui Failla fu molto probabilmente condirettore, considerati i pezzi di fondo da notista politico pubblicati in prima pagina su temi interni ed internazionali.
Il giornale era espressione delle forze politiche antifasciste e disponeva di un parterre di collaboratori di tutto rispetto provenienti dal mondo della politica come Giovanni Berlinguer, Bruno Visentini, Gian Carlo Pajetta, Ferruccio Parri, Luigi Longo, Giorgio Napolitano, Vittorio Foa, Piero Calamandrei, Altiero Spinelli, oltre ai futuri sindacalisti Luciano Lama e Bruno Trentin a quello della cultura, quali Vincenzo Cardarelli, Pier Paolo Pasolini, Vasco Pratolini, Carlo Bo, Salvatore Quasimodo, Carlo Cassola, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Primo Levi, dall’ambiente del giornalismo, Sergio Telmon, Vittorio Gorresio, Antonio Ghirelli, Enzo Biagi, Ugo Zatterin, Enzo Forcella, Antonio Spinosa, Luigi Salvatorelli a quello dello spettacolo come Gillo Pontecorvo e Luciano Salce.
L’esordio di Virgilio Failla avvenne quasi subito, il 4 Maggio 1946, appena tre giorni dopo la prima uscita de Il Mattino del Popolo, con un pezzo di fondo in prima pagina dal titolo “Le “carte” di De Gasperi” in coincidenza con la partecipazione del leader Dc alla Conferenza di pace di Parigi. Il politico comunista chiedeva soprattutto dignità e rispetto per l’Italia che con la guerra di Liberazione si era saputa affrancare dal nazifascismo, denunciando un tentativo di annacquare il ruolo svolto dalle forze democratiche.
"Dopo la liberazione, gradatamente – segnalò con forza –, si cercò di sommergere in una grande pozzanghera quanto in questo senso si era fatto dai migliori. La provocazione reazionaria e monarchica tentò con ogni mezzo di compromettere la nostra rinascita, sabotando, calunniando; e fomentando gli istinti più bassamente sciovinistici di certi strati sociali. I fascisti – denunciò – rimasero (e ben protetti) nei posti di più delicata responsabilità nell’organismo dello Stato".
"I criminali delle bande nere vennero lasciati a svolgere più o meno legalmente e tranquillamente la loro losca attività antinazionale. Patrissi (che di nome faceva Emilio, parlamentare di Palermo, eletto all’Assemblea Costituente per il Fronte dell’Uomo Qualunque) – aggiunse – ha potuto insultare i patrioti anche nell’aula della Consulta, e la stampa più antidemocratica usufruire di questa che non è più libertà ma colpevole tolleranza di liberticidi".
Le ferite della guerra, ma anche, paradossalmente, quelle della…pace non lasciarono indifferente Virgilio Failla che, con un commento fino a piede di pagina in apertura della prima de Il Mattino del Popolo del 20 Agosto 1946, dal titolo ironico “Delegati delle Seicelle?”, contestò l’inclusione dell’Austria tra i 21 Paesi ammessi alla Conferenza di Parigi, nonostante avesse fatto parte degli Stati dell’Asse. "L’Austria dunque, alla pari con Messico, Cuba, Egitto, Persia ed Albania verrà ammessa senza restrizioni – contestò – all’assemblea dei ventuno e potrà liberamente manovrarvi per far valere le sue note rivendicazioni nei confronti dell’Italia". E più avanti aggiunse polemicamente: "Dell’Italia e dei suoi interessi, quando è comodo, si fa presto a non parlare".
L’attacco dell’esponente comunista era rivolto soprattutto, come dire, al “silenzio assordante” de Il Popolo, l’organo della Democrazia cristiana. "Ma se frughiamo attentamente le corrispondenze da Parigi…– incalzava – non troveremo una riga sulla questione austriaca, pur essendo la più importante della giornata. Il giornale nazionale dell’On. De Gasperi, nostro primo Ministro e primo delegato a Parigi, il giornale che tanti titoli e tante colonne e tante patetiche amplificazioni ha dedicato al problema di Trieste e dell’Istria non scrive una parola, neanche a scopo puramente informativo, su questi altri territori che si cerca di contenderci".
Nonostante gli anni del centro-sinistra fossero ancora lontani, Failla già avvertiva l’unità della sinistra come condizione essenziale per cambiare il Paese in senso progressista. In un altro editoriale di due giorni prima, del 18 Agosto 1946, dal titolo “Avvisaglie elettorali”, traeva infatti spunto dal risultato delle elezioni del 2 e 3 Giugno 1946 per l’Assemblea costituente al fine di rilanciare l’unità delle forze progressiste, contestando alla Dc "il perseguimento di una scissione delle forze popolari , da concretarsi in un deciso ed astioso distacco dei socialisti dai comunisti, sulla base di un auspicato orientamento riformistico, parlamentaristico ed opportunistico del socialismo italiano".
"A nessuno poi può sfuggire – sottolineò in particolare l’esponente comunista, che non poteva presagire la sconfitta del 1948 – il vero senso della lezione del 2 Giugno: se le sinistre si fossero presentate alle elezioni come un unico blocco, se a questo blocco si fosse sollecitata ed ottenuta l’adesione di quanti hanno veramente a cuore la rinascita nazionale (che è in pari tempo rinascita e rinnovamento sociale), la fisionomia della politica italiana sarebbe oggi molto diversa, con sommo vantaggio per la sua stabilità, per l’incremento della ricostruzione e per un’efficace difesa dell’Italia nel mondo".
Né Failla si faceva incantare dal tentativo dei vertici democristiani di apparire un partito progressista, quasi di sinistra. In un articolo di fondo del 27 Agosto 1946, sempre in apertura della prima pagina de Il Mattino del Popolo dal titolo “Dobbiamo crederci?”, ammetteva: "E’ vero che da qualche consiglio o congresso democristiano sono uscite mozioni sinistreggianti, ma la direzione è riuscita a limitarne la portata fino a ridurle ad atti puramente formali impotenti ad impedire l’azione effettiva svolta dal partito in senso contrario. Così, per esempio, riguardo alla questione istituzionale, così per la scelta dei deputati alla Costituente".
E non a caso il politico del Pci aggiungeva in maniera molto netta: "Non è forse degli attuali dirigenti l’interpretazione della pratica democristiana come libertà di fare e di dire quanto è comodo ad alcuni individui ed utile a certi interessi, allontanando ed espellendo coloro che mettono la verità al disopra del calcolo e preferiscono la franchezza ad un oculato opportunismo? Galeotti è l’ultimo esempio: la direzione non ha esitato ad espellerlo perché, recatosi in Russia, non ha tenuto conto della politica di Churchill, del Papa, di De Gasperi ed ha riferito veridicamente, al suo ritorno, su quello che ha visto e non doveva vedere".
Nel dopoguerra immaginato e pensato da Virgilio Failla non c’era solo la ricostruzione materiale e morale dell’Italia, ma anche la sua rinascita civile, uno dei principali crucci dell’esponente comunista, al punto che sfera pubblica e privata venivano quasi a coincidere. Nelle lettere scritte alla fidanzata Bruna Grassi, che sposerà nell’Aprile del 1946, cui fece cenno Giorgio Chessari (ringraziamo il presidente del Centro studi “Feliciano Rossitto” per la collaborazione), nel convegno del 19 Marzo 1988 dedicato proprio al parlamentare comunista modicano, impegno civile ed impegno politico si fondevano quasi in un’unica cosa.
In una missiva del 18 Maggio 1945, quando era internato militare italiano (Imi) a Semsales nel Cantone di Friburgo in Svizzera, scritta sempre con quella passione di cui abbiamo detto all’inizio, Failla offriva una visione ampia e circostanziata di come si sarebbe dovuta articolare la ripresa civile del Paese: "Ci sarà ancora tanto da fare nella vita privata e in quella pubblica – affermava – e nessun cittadino potrà esimersi dai suoi doveri o rinunziare ai sacrosanti diritti del suo onesto lavoro. Bisognerà sostenere una lotta senza quartiere contro i nemici del popolo e i fascisti mascherati. Bisognerà conquistare la gioia di vivere veramente liberi da ogni oppressione. Quanta strada è ancora davanti a noi e come è difficile! Ciò nonostante i giorni più bui sono passati e questa prima vittoria ci rende fiduciosi in quelle che dovranno venire".
Nella fitta corrispondenza con la futura moglie, il politico comunista non potè fare a meno di ricordare le sofferenze patite da lui e gli altri compagni che avevano combattuto per la libertà. "Carissima Bruna – esordiva in un’altra lettera del 13 Giugno 1945 – con la vittoria sugli invasori tedeschi e sui loro servi fascisti si è avverato il gran sogno, alla cui realizzazione avevo dedicato – come tu sai – tutte le forze della mia vita. Io parteciperò a queste lotte perché già da oggi ne sento il dovere. E avrò bisogno – adesso era il Virgilio Failla privato a parlare –, come ti dicevo, di tanto conforto; avrò bisogno di una persona veramente cara, veramente provata dai fatti. La prova per te non è mancata".
"E per oggi, ciao Bruna. Ti lascio – aggiungeva poi con una venatura malinconica – anche perché c’è qui con me della gente che canta, che sogna (come me) case e donne lontane e vuole che io dica qualche parola. Voglio loro ricordare che è finita la guerra ma non son finite le lotte. Intanto cantano e i loro occhi brillano di fierezza e di commozione. Non mancano i volti che recano segni di ferite e che pure non nascondono qualche lacrima… Lontano – ricordava – tutti abbiamo una casa, E l’attesa del ritorno è veramente una cosa assai triste. Ciao piccola. Un caro bacio affettuoso. E in gamba!".
Avvertiva anche un forte bisogno di normalità, dopo le sofferenze degli ultimi anni di guerra e della lotta di Liberazione. "Ma oggi specialmente che la guerra è finita – scriveva ancora in un’altra missiva alla fidanzata –, è in me il desiderio di tornare almeno in parte alla vita umana, di avere anch’io le mie gioie modeste ma care, gli affetti semplici e puri che mi possano sostenere nelle lotte di domani, un cuore vicino che mi comprenda e condivida le mie passioni. Ho bisogno di bontà, di tanta bontà, io che non sono e non ho mai voluto essere buono al modo degli sciocchi".
Il suo pensiero era però costantemente rivolto alle nuove sfide: "Domani si dovrà lottare duramente – ribadiva Failla in un’ulteriore lettera del 4 Maggio 1945 da Mont Gibloux, sempre nel Cantone di Friburgo – perché il nostro paese possa sorgere a nuova vita di progresso e di giustizia, perché il nostro popolo di lavoratori si redima in unione con tutti gli italiani…La vita non sarà facile, particolarmente nei primi anni. Ma noi abbiamo la grande riserva di forza, di esperienza, di resistenza accumulata giorno per giorno in questi venti mesi di battaglie".
Pesava inoltre l’incertezza sul suo ruolo futuro. Sempre nella stessa lettera, il politico comunista faceva presente che "non so ancora quale sarà la mia sistemazione definitiva, al ritorno ormai vicino: se ripiglierò il mio antico mestiere della scuola o se avrò altri incarichi, forse presso un giornale. Non so di conseguenza se mi fermerò definitivamente a Padova o se andrò peregrinando in altre città…".
E sulla maturità e qualità del rapporto con la futura moglie, Failla non faceva mistero di preferire l’essenzialità e la chiarezza alle frasi di circostanza: "Potrei scriverti tante parole, di quelle che costano poco o niente e che hanno l’effetto di commuovere le ochette. Non lo faccio perché non rientra nelle mie abitudini e perché ho stima di te. Ho sempre parlato chiaro e netto. Tu sai già qual è la condizione essenziale perché si possa affrontare insieme l’avvenire".
Modica, 25/10/2019