" MODICA E LA SCHIAVITU' NEL 1500 " di Carmelo Cataldi

07-09-2021 08:35 -

Modica e la schiavitù; un resoconto che arriva da molto lontano.


Uno spaccato cupo della società modicana del 500 in un “rivelo” di casa Grimaldi (alias Caser).

La storia, in parte quella che ci è stata propinata a scuola, ci ha insegnato che la schiavitù, nel senso morale più abietto del termine fosse retaggio esclusivamente del passato romano, sia esso inteso come periodo repubblicano che imperiale. Solo se poi si sono approfondite le proprie conoscenze storiche, attraverso una personale ricerca culturale e bibliografica, si è appreso che esso era un fenomeno relegato ai paesi del Nord Africa, almeno fino al Settecento (XVIII secolo), fenomeno cruento consistente in uno stato di cattività e subordinazione sociale e materiale, fino ad avere il potere “uti vitae uti necis”, ossia di vita e di morte, su una o più persone. Per i molti invece la conoscenza della schiavitù è arrivata solo attraverso la filmografia americana sia passata che attuale, che ha contestualizzato il fenomeno almeno fino a metà dell'Ottocento; di questo spaccato di storia della schiavitù in America due sono, agli estremi, i film emblematici per eccellenza: “Via col vento” e “Django”.

Ma sicuramente molti modicani e abitanti della provincia di Ragusa rimarrebbero sbalorditi se apprendessero invece che questa pratica, non certamente a livelli di subordinazione estrema della persona e della sua vita, come quanto accadeva ancora in America tra Settecento e Ottocento, anche a Modica, almeno fino all'inizio dell'Ottocento, era comune e moralmente accettata. Sono noti, fino alla seconda metà del Settecento, fenomeni di schiavitù, da interpretare oggettivamente come un preponderante stato di servitù domestica, piuttosto che di subordinazione personale e totale per altre attività di ordine manuale e lavorativa, in diverse famiglie possidenti e aristocratiche della Contea di Modica e della sua Capitale, Modica.

Questo fu un fenomeno non certamente brillante e di cui andare orgogliosi, che ha attraversato i secoli e la storia stessa del territorio modicano e che oggi si può anche documentare attraverso un “rivelo” del Cinquecento, quello dell'allora Mastro Razionale Agostino Caser alias Grimaldi. Si vuole posticipare l'alias perché egli fu il capostipite e l'autore di quella prosapia aristocratica modicana denominata da suo figlio Giuseppe in poi Grimaldi, che nacque con il cognome Caser (figlio di Francesco Caser e di Francesca de la Pegna) a Medina del Campo in Spagna nel 1519/20 e lo ebbe a tramutare in Grimaldo poco prima di arrivare a Modica negli anni 60 del Cinquecento.

Il rivelo è una forma di autocertificazione ante litteram sulle condizioni patrimoniali personali e familiari dei secoli scorsi, su cui poi venivano imposti ovviamente i carichi fiscali dell'erario.

In questo caso si tratta di un documento che interessa l'argomento almeno per la prima pagina, seppur si compone di 5 pagine, in cui, oltre allo stato familiare, e la fa la parte del leone, vi è quella patrimoniale con l'elencazione dei beni mobili e immobili della famiglia che faceva capo ad Agostino Caser, alias Grimaldi.

Proprio nella prima pagina, dopo l'elencazione del vero e proprio “stato di famiglia” vi è l'elenco di coloro che fanno parte di un nucleo a latere di veri e propri schiavi al servizio della famiglia Caser.: “145 Rivelo de augustino de grimaldi le persone ( augustino de grimaldi de anni sesata sette, leonora de grimaldi soa mogliera, joseph de grimaldi so figlio de anni dicisette, fortuna de grimaldi so figlio deanni catordiezi, luysa sedegno sua nepote, franciscola sedegno sua nepote, agate perez sua nepote, ortesia scava sua, francisca sua schava, lucia scava, mateo scavo de anni quindiezi, antonio de marco servitore tutti p.ne tredeci...).

Esisteva sul territorio ibleo un vero e proprio commercio della schiavitù, soprattutto di quella in arrivo dalle scaramucce navali con navigli turchi nel Mediterraneo e Scicli era una piazza favorita, per la sua posizione rivierasca, per tale attività. E' arcinoto che vi fosse un vero e proprio mercato degli schiavi alle pendici della collina su cui si erge San Matteo. Non a caso il prof. Paolo Militello in merito ha scritto: “Gli schiavi di pietra di Palazzo Beneventano, al di là del loro valore artistico, diventano così testimonianza (insieme alle tracce archivistiche) di una presenza della schiavitù, nella Sicilia sud-orientale, praticata e utilizzata non solo nelle campagne (soprattutto nel Cinquecento), ma anche in città, fra Seicento e Settecento, tra le mura domestiche delle case e dei palazzi più ricchi, come forma residuale del fenomeno ma anche come segno di distinzione sociale. Queste sculture, pur essendo dei manufatti insoliti per la regione, danno forma alla percezione di questo asservimento nella memoria collettiva; e le storie e gli aneddoti che le accompagnano rendono conto del mutare della sua immagine nel corso del tempo. L’analisi iconologica e la contestualizzazione storica di questi manufatti si rivela, così, una chiave di lettura preziosa per una indagine sulla schiavitù e le sue rappresentazioni nell’Europa d’età moderna: una storia sempre meno taciuta, ma ancora da ricostruire pienamente.”

Tra il Cinquecento e il Seicento a Modica era usuale trovare nelle famiglie benestanti e dell'aristocrazia locale più schiavi, addirittura famiglie intere di schiavi che si sposavano ed avevano anche figli all'interno del nucleo di appartenenza. Oltre alla famiglia Caser alias Grimaldi, avevano schiavi la famiglia Lorefice o Laurifici, ma soprattutto la Echebelz, di cui l'esponente più importante fu Francesco, Governatore e Mastro Razionale della Contea. Questo addirittura aveva una famiglia intera di schiavi che indusse al battesimo collettivo, fatto questo che evidenzia che gli stessi erano schiavi che professavano ovviamente un'altra religione. Un caso di scuola fu quello della conversione della schiava di don Francesco Lucifora, avvenuta il 25 luglio 1691 nella Chiesa Madre di San Giorgio: “322. Anna Temperanza, scava del dr. Don Franc.co Lucifora adulta di anni quatordici maumettana della città di Novi di Bosina Imperiale beni istrutta nella dottrina cristiana è miscreri della nostra senza fede fu batt. nella chiesa matrice di questa Città di Modica in virtù di lettera di monsign. Ill.mo date in siragusa a 16 di aprile 1691 da me don gio antonio renda Can. Theologale di detta Chiesa Matrice con licenza e Assistenza de Vice e lo patt. m.o Abba rizza e Matthia quarrella”.

Col tempo questo fenomeno ebbe la giusta fine, come nel resto dei paesi preunitari italiani e nel resto dell'Europa, all'inizio dell'Ottocento, seppur le leggi contro la schiavitù tardarono ad arrivare e si realizzarono solo ad Unità d'Italia compiuta, mentre ad esempio in Danimarca era già stata approvata la prima in assoluto nel 1807; non si dimentichi che negli Stati Uniti, patria della “Libertà” la legge sull'abolizione della schiavitù avvenne solo il 18 dicembre del 1865 con l'entrata in vigore del 13° emendamento della Costituzione americana.

Carmelo Cataldi