" I GIOVANI, IL PIANETA DEGLI INVISIBILI " di Antonio Paludi

19-05-2022 19:35 -

I GIOVANI, IL PIANETA DEGLI INVISIBILI

Tutti i giovani, di ogni condizione sociale, sono nel nostro cuore: li curiamo, li educhiamo, li viziamo, li amiamo d’un amore incommensurabile, con loro si crea, specialmente a livello parentale, un rapporto che dura un’intera vita, per non dire che va oltre la vita. La gioventù rappresenta la continuità generazionale, il futuro d’un Paese, d’una regione, d’una Nazione, ecco perché li assistiamo con virtuosismo e garantiamo loro uno sviluppo psicofisico ed educativo elevato, nessuno può dire il contrario, anche se non tutti i giovani, se andiamo nello specifico, approfittano di queste opportunità.

Ogni società è organizzata, come ho detto, per dare alle nuove generazioni gli strumenti per garantire lo sviluppo armonico di tutte le potenzialità, dentro un ventaglio di sviluppo che rappresenta tutti i colori dell’arcobaleno. Ma questo è sempre così? Penso che sulla carta questa riflessione sia vera, ma l’esperienza mi dice che le parole, spesso, sono aria fritta per accalappiare creduloni e polli, ma di creduloni e polli, nel terzo millennio ce ne sono pochi, anche se qualcuno mi dice il contrario.

Lo Stato dà un aiuto, per quello che può, ai cittadini bisognosi, glielo impone la Costituzione, pensiamo al reddito di cittadinanza o a tutti gli altri interventi economici che finiscono in tasca ai cittadini che ne hanno diritto. Questo modo di essere d’uno Stato è la condizione necessaria per qualificarlo democratico ed in linea con gli ideali sociali di tutto l’Occidente. Sulla carta nessuno viene lasciato indietro, se si apre la finestra sulla realtà sono milioni, solo in Italia, le persone che vivono sotto la soglia di povertà.

Ma la condizione dei giovani italiani, in questo contesto, qual è? Nella realtà gli unici ammortizzatori sociali della gioventù di oggi sono i genitori ed i nonni, lo ripeto genitori e nonni. Voglio dire che in Italia non vengono fatte, o vengono fatte in modo non incisivo, politiche giovanili. Con la fine degli studi i nostri ragazzi entrano, per un tempo X, nella cosiddetta “terra di nessuno”, una terra senza regole, spesso senza speranze, dove l’unica legge vigente, non scritta, è la legge della giungla. Legge che non si muove secondo la regola darwiniana del più forte, ma con quella più subdola del più raccomandato, così il lavoro si trasforma in strumento di scambio, si spoglia della valenza diritto per assumere quella di elargizione vassallatica. A questo livello non si è neanche sudditi, ma servi.

Chi, dei nostri figli, ha la fortuna d’inserirsi nel pubblico impiego, finiti gli studi o l’obbligo scolastico, godrà di condizioni lavorative garantite dalla contrattazione sindacale di settore. Chi, invece, s’inserirà nel privato entrerà in un mondo magmatico, una specie di palude che varia per collocazione geografia, per il titolo di studio, per sesso, per l’età, se si abita a Milano o Catania. Pubblico e privato, pur nella diversità, sono apparentati dall’elargire ai propri dipendenti stipendi da fame che rasentano il confine dignità / non dignità. È il mondo del lavoro privato, specialmente nel Mezzogiorno, che evidenzia le più gravi carenze, è lì dove l’opacità si sostituisce alla trasparenza e il “NERO” diventa il colore predominante e lo sfruttamento si trasforma in sistema di lavoro, una forma di rete che intrappola tutti, salva solo la fuga, tutti gli altri costretti a pastoie da cui è difficile liberarsi.

Mi è capitato d’ascoltare, in questi giorno, mentre facevo la mia fila al supermercato, il discorso di due mamme, erano proprio davanti a me. Questi sono i discorsi che dovrebbero passare per le televisioni. Le sofferenze vere di due donne, non più giovane, che lamentavano il salario da fame delle figlie, costrette per 250 euro al mese a lavorare per un’intera giornata. 250 euro sono il costo di una media bottiglia di champagne, il costo d’un primo piatto in un ristorante stellato, il prezzo d’una poltrona di platea d’un teatro alla moda d’una grande città. Questi i paradossi della nostra società che fanno arrabbiare i cittadini onesti e che danno nutrimento all’antipolitica. Queste le contraddizioni del nostro Paese, che non si trovano in Germania o Francia. Far convivere insieme un proletariato sull’orla della fame, che rappresenta una grossa fetta della nostra Italia, con al fianco una minoranza a cui è garantita oltre alla ricchezza più sfacciata, il potere politico, il potere dell’informazione con i suoi veleni condizionanti delle masse, è intollerabile per una qualsiasi intelligenza.

La società di oggi, tutti lo diciamo la sera nelle nostre case, è una società che all’apparenza è accogliente, altruista, generosa, ma nella sostanza è egoista, razzista, falsa. La prime vittime, di questo modo di essere “SOCIETA’”, sono i giovani, specialmente quelli che il destino ha fatto nascere in una famiglia non abbiente. Un giovane del terzo millennio può accettare un salario di 250 euro al mese? Con un reddito di tale portata come fa a pensare ad una famiglia? Ad avere dei figli? A comprarsi una casa? Tutti parlano del “fermo” demografico che c’è nel nostro Paese rispetto a qualche decennio fa, molti vanno alla ricerca del sesso degli angeli per trovarne le cause, le ragioni sono talmente palesi che nessuno le vuole vedere.

Molti giovani hanno perso la pazienza e, di fronte all’indifferenza delle Autorità, il problema se lo sono risolti da soli emigrando, come hanno fatto i loro bis, bis, bis, bisnonni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio Novecento, come hanno fatto i loro padri e parenti negli anni cinquanta e Sessanta, come fanno oggi loro. Londra, Berlino, Parigi ospitano migliaia di nostri giovani connazionali. In queste città hanno stipendi dignitosi, molti si sono comprati la casa, sposati con giovani o giovane del posto. Tutti hanno acquisito quella dignità che non gli ha garantito il nostro Paese, e oggi questi giovani hanno un’unica certezza, quella di non ritornare mai più in patria.

Italia Paese ingrato dove, per tirare a campare, bisogna avere un “santo in Paradiso”.

Antonio Paludi