" QUEL VENERDI´ SANTO DEL 1859 A VITTORIA " DI FRANCESCO EREDDIA

27-03-2016 13:01 -

“Ill.mo e Rev.mo Signore,
necessitando conoscersi le qualità Civili e Morali del Sac. Don Gio. Battista Di Pasquale, figlio del Notaro don Giuseppe del Comune di Vittoria, se prese parte nelle passate politiche vicende del 1820, e se appartenne ad alcune delle Società segrete; io mi diriggo a lei perché si compiaccia apprestarmi gli analoghi schiarimenti.
“Mentre benedicendola nel Signore, aspettando Suoi riscontri, con vera stima mi dichiaro di Vs. S. Ill.ma Rev.ma.
“Noto, 18 luglio 1827”.

Nell’estate del 1827 l’Intendente del Val di Noto inviava una nota riservata al parroco della Chiesa madre di Vittoria, arciprete don Giombattista Ventura, per avere notizie circa la condotta politica di un suo sottoposto, il sacerdote Giombattista Di Pasquale, figlio peraltro di un notabile della città di Vittoria, il notaio Giuseppe.
Nel 1820-’21 non solo il Regno delle Due Sicilie, ma anche il resto d’Italia e l’Europa tutta erano stati sconvolti da movimenti rivoluzionari, preparati e preceduti da una intensa attività cospirativa svolta principalmente dalla “Carboneria”, filiazione diretta di un’altra società segreta, la “Massoneria”. Anche a Vittoria intensa era stata l’opera dei Carbonari, e anche qui, come in altre parti dell’Italia meridionale, esponenti della borghesia fondiaria, professionisti, sacerdoti e studenti, ma anche artigiani, contadini e domestici avevano dato corpo e voce allo spirito rivoluzionario del tempo. Uno spirito indubbiamente democratico e decisamente popolare, che si prefiggeva l’instaurazione di un regime costituzionale dopo aver combattuto e sconfitto il dispotismo e l’assolutismo borbonico.
Questa attività cospirativa e rivoluzionaria aveva avuto inizio intorno al 1817, appena inaugurata cioè con il Congresso di Vienna la Restaurazione, ma qui a Vittoria alquanto prima dell’anno epocale 1815 si erano manifestati e una singolare vocazione “settaria” e confusi segnali premonitori di un ancora indistinto e incerto spirito liberale e ‘democratico’. Per tutta la prima metà dell’Ottocento le autorità di polizia operarono instancabilmente per tenere sotto controllo l’inquietante fenomeno, trovando nelle alte cariche ecclesiastiche un punto di riferimento vitale ai fini di questa attività di vigilanza e di repressione. Soprattutto dopo le “passate politiche vicende del 1820” e infittirsi dell’attività delle “Società segrete”.


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Nel 1821 papa Pio VII, con le “Lettere Apostoliche” del 13 settembre, comminava la scomunica ai Carbonari e ai loro simpatizzanti e sostenitori. Il documento pontificio dimostra che la “Carboneria” era unanimemente riconosciuta come filiazione diretta della “Massoneria”, ed inoltre contiene una notizia interessante. Dice, infatti, il documento pontificio che i Carbonari avevano l’ardire di «profanare e lordare la passione di Gesù Cristo con certe nefande loro cerimonie» . Il che significa che centrale era nell’ideologia carbonica la figura di Gesù e, soprattutto, il momento della sua Passione.
«Al centro dell’esperienza settaria – scrive lo storico Mario Themelly – è il grande mito della rigenerazione, che la Carboneria esprime assimilando lo schema cristiano della salvezza. Di questo processo il simbolo più alto è il dramma del Calvario, la passione, la morte e la resurrezione di Cristo che diventano momenti centrali del mistero settario. Cristo è ‘sollevatore’ di popoli; è eroe rivoluzionario».
Il cerimoniale di iniziazione del neofita carbonaro consisteva in una rappresentazione scenica vera e propria: l’uomo “smarrito nella foresta, bussa alla porta e cerca la luce”; quindi, dopo il giuramento, il Gran Maestro celebrava l’ingresso dell’adepto nella setta con un discorso intessuto di citazioni dagli “Atti degli Apostoli” e dall’”Apocalisse”. Nel rito di passaggio al grado di Maestro, poi, il novizio è assimilato a Cristo: deve inginocchiarsi nel giardino degli Ulivi, bere il calice delle amarezze e rivivere, con una scenografia essenziale, la passione di Cristo. Mentre i partecipanti al rito rappresentano Pilato, Caifa e gli altri personaggi della “Via Crucis”, al neomaestro viene imposta la corona di spine e, consegnatogli lo scettro di canna, viene fatto salire fino al Calvario.


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Nella sua opera “Vittoria dal 1607 al 1890” mons. Federico La China, arciprete della Basilica di S. Giovanni Battista, narra che nel 1859 venne eretto nella piazza Calvario, accanto al vecchio, un nuovo tempietto (la costruzione fu promossa dalla “Congregazione del Santissimo Crocifisso”, che ne è l’attuale proprietaria) grazie all’entusiasmo suscitato da una Sacra Missione di Cappuccini.
Premettiamo che il 1859 fu l’anno non solo della seconda guerra d’indipendenza con le vittoriose battaglie di Magenta, Solferino e San Martino, ma anche dei tanti moti insurrezionali che infiammarono gran parte d’Italia: in Sicilia il messinese Giuseppe La Masa, operando in sintonia con i vari comitati segreti sparsi per l’isola e con Cavour da Torino, preparava la rivoluzione antiborbonica.
Circa la “Sacra Missione di Cappuccini” di cui parla mons. Federico La China, infatti, c’è da dire per la verità che un cronista vittoriese del tempo, il proprietario terriero Orazio Busacca, nelle sue “Effemeridi” affermava che nei primi mesi di quell’anno 1859 «il governo Borbonico si occupò di mandare in diverse città e comuni de’ Missionari, per obbligare indirettamente i popoli a farsi le sante missioni. Un picchetto di questi santi missionari fu mandato a Vittoria, e tutti i ceti indistintamente fummo pregati (ma indirettamente comandati) di chiuderci l’uno dopo l’altro ne’ conventi per essere esercitati». Il cronista sottolineava inoltre il fatto che «la polizia manteneva grande numero di spie e faceva arresti in larga scala e senza riguardo alcuno». E concludeva : «Da parte del Governo Borbonico lo scopo [di quegli esercizi spirituali] mirava a tutt’altro che al bene dell’anima: ché invece mirava a scrutinare il sentire de’ popoli per mezzo della confessione».
Questo il clima a Vittoria come altrove in quell’anno: una città brulicante di spie e delatori e funestata da continui “arresti in larga scala”. Ma una città in cui non pochi suoi cittadini continuavano a sfidare quel regime di terrore. E la costruzione del nuovo Calvario, sicuramente già progettato da tempo, rappresentò l’ultima sfida e vide la luce in quei momenti così bui ma sorretti dalla speranza di un prossimo capovolgimento degli eventi.
Il tempietto, a pianta circolare, reca sulle pareti esterne delle lunette con scene della crocifissione e, sopra di esse, dei bassorilievi che rappresentano simboli chiaramente carbonici: il gallo al di sopra della porta d’ingresso (posizionata verso oriente secondo i più antichi rituali esoterici) è già il primo esplicito simbolo, essendo il segno della luce della verità e della resurrezione. Gli altri simboli (martello, tenaglie, scure, mazza, flagelli, chiodi e calice dell’aceto) venivano usati nelle cerimonie d’iniziazione della Carboneria, e dunque erano la riproposizione fisica e immortalata nella pietra del «dramma del Calvario – per riprendere le parole del Themelly -: la passione, morte e resurrezione del Cristo, che diventano momenti centrali del mistero settario».
Nella cappella, poi, che è all’interno della base del tempio, si intravedono sotto alcune scrostature degli affreschi alquanto naïf risalenti agli anni Cinquanta del secolo scorso, parole come “corazze” e “cavalli”. Questo può fare legittimamente pensare a dei versetti dell’Apocalisse di Giovanni, testo fondamentale, come si è detto, nei riti segreti di iniziazione della Carboneria.


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Quale fu il “dramma sacro” rappresentato nel novello Calvario quel lontano Venerdì Santo del 1859?
Ecco cosa scriveva a questo proposito il già citato mons. Federico La China:
«Soglionsi rappresentare certi dialoghi sacri, dal titolo La scesa della Croce; niente meno che tal pia usanza rimonta al 1699, come risulta dalla prima licenza, concessa ai Confrati del Crocifisso. […] Però l’Opera Sacra che si rappresenta attualmente è un’importante Tragedia, scritta dal defunto Sig. Marchese D. Alfonso Ricca, ispirata alla robustezza del tragico Vittorio Alfieri. Regnano in quell’opera l’amore e la pietà, e sopra la pietà il terrore».
Della vita del marchese don Alfonso Ricca (1791-1850) sappiamo ben poco. Era senz’altro impegnato nella vita politica e fece parte del Decurionato cittadino, ed era di idee liberali e progressiste, dal momento che era assiduo lettore della “Cronica”, giornale costituzionale di Palermo, sostenitore dell’Inghilterra e della Costituzione, particolarmente diffuso in circoli e ambienti intellettuali caratterizzati da un pensiero laico, se non addirittura giacobino. Appassionato di teatro, partecipò più volte da attore ad alcuni allestimenti andati in scena nel teatro di Vittoria.
Circa il testo rappresentato nel fatidico 1859, c’è da dire che il La China non collega l’erezione del nuovo Calvario con il nuovo testo sacro del marchese don Alfonso. D’altra parte, l’opera venne stampata per la prima volta nel 1880, un’opera peraltro che appare contraddittoria e confusa sul piano ideologico. E dunque?
Forse potrebbe venirci in aiuto una notizia che leggiamo nell’opuscolo di un socialista vittoriese dei primi del Novecento, Ferdinando (detto Nannino) Terranova, il quale dice del marchese Alfonso Ricca: «inteso l’eretico, fra l’altro per aver scritto quei versi satirici su “Cristo al Calvario”, che i preti hanno deturpato e imbastito in sacra tragedia». Dunque, il marchese era addirittura considerato “eretico”, in primo luogo e soprattutto, desumiamo noi, per le sue idee anticlericali o comunque improntate alla religiosità tipica della Carboneria, e in secondo luogo (il “fra l’altro” di Nannino Terranova) per “quei versi satirici sul Cristo al Calvario “ (nel senso che in passato aveva il termine satira, cioè di componimento poetico polemico che condanna le debolezze umane e il vizio). Si ricordi quanto abbiamo detto più sopra sulla centralità del “dramma del Calvario” nel rituale della Carboneria e sulla sua trasfigurazione in chiave provocatoriamente anticlericale e politica. I preti, poi, secondo il nostro battagliero socialista, avrebbero “deturpato e imbastito in sacra tragedia” quei versi polemici e provocatori.
Conclusione? Potremmo ipotizzare che nel Venerdì santo del 1859 i patrioti vittoriesi portarono in scena il “Cristo al Calvario” di Alfonso Ricca, che peraltro era morto nel 1850, in memoria di un intellettuale che verosimilmente aveva ricoperto a Vittoria il grado di Maestro della Carboneria. Quel testo, infatti, doveva essere una sceneggiatura – più curata nei dialoghi e con vere ambizioni letterarie – molto simile a quella alquanto essenziale che, come si è detto, celebrava l’investitura a grado di maestro nel rituale carbonico.
Negli anni successivi, però, realizzatasi l’Unità d’Italia, la situazione politica entrò nella inevitabile fase della ‘normalizzazione’: lo slogan cavouriano della Destra storica, “libera Chiesa in libero Stato”, se da una parte esigeva che la Chiesa non s’ingerisse nella politica, dall’altra pretendeva che la politica non s’intromettesse negli affari religiosi e di culto. Dunque, fu inevitabile che quel Cristo al Calvario del marchese Alfonso Ricca apparisse come un frutto fuori stagione e, per di più, in contrasto con il nuovo indirizzo politico dello Stato unitario. Quindi a Vittoria si ritornò ai “sacri dialoghi” in dialetto di secentesca memoria. Tanto più che papa Pio IX, il quale aveva condannato lo spirito liberale che aveva animato il Risorgimento e ogni rivoluzione patriottica, fulminò nel 1864 le società segrete quali “pestilenze dell’umanità”.
Nel 1878, però, ascese al soglio pontificio Leone XIII, che inaugurò un’epoca di grande interesse della Chiesa nei confronti della realtà storica, politica e sociale: prendendo atto delle trasformazioni operatesi nella società, essa mostrava una disponibilità e un’apertura sorprendenti anche nei confronti degli appartenenti alle sette segrete. In questo mutato clima poté avvenire la riabilitazione della memoria del marchese Alfonso Ricca e la ripresa del suo Cristo al Calvario, nell’edizione però riveduta e corretta del 1880 (anno, si ricordi della prima pubblicazione a stampa del testo) che lo trasformò in “Dramma pel Venerdì Santo”, producendo quella sensazione di contraddittoria confusione di cui si diceva.


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Chi fu l’artefice di quell’operazione di ‘revisionismo’ operato sul testo originario?
Mons. La China, nel presentare l’opera del Ricca, afferma con enfasi: «Regnano in quell’opera l’amore e la pietà, e sopra la pietà il terrore. Una romana dignità trovasi sempre nel dialogo concitato da ragioni rapide e incalzanti, come torrente da alta vena premuto … Vi è luce e ordine nei pensieri, magnificenza e densità nello stile, vita nell’intreccio, bravura nelle sentenze, fierezza nei sensi, fulmini nell’eloquenza, etc. etc.».
Di fronte a lodi così incondizionate e ‘interessate’, nonché alquanto esagerate, sorge un dubbio: che fosse proprio il nostro monsignore l’autore dell’adattamento dell’originario Cristo al Calvario del Ricca? Avanziamo questa verosimile ipotesi, anche in considerazione del fatto che proprio nel 1880 l’arciprete La China si affrettava ad inviare all’arcivescovo di Siracusa, dietro esplicita richiesta di quello, il testo manoscritto di un “dramma sacro davanti a Gesù Crocifisso” per ottenere, come ottenne, l’autorizzazione a rappresentarlo.
Aveva ragione il socialista (e ricordiamo che nel primo Novecento i socialisti, per il loro feroce anticlericalismo, erano chiamati “mangiapreti” tout court) Nannino Terranova ad affermare, a proposito del “Cristo al Calvario” del marchese Ricca che «i preti l’hanno deturpato e imbastito in sacra tragedia»?


FRANCESCO EREDDIA