" IL GATTOPARDO FRA REALTÀ E MEMORIA " DI FRANCESCO EREDDIA

25-12-2016 09:28 -

« Quando Palma, la sua realtà, i suoi problemi, le sue pene, le sue malattie, quando questo paese viene raccontato dallo scrittore e figurato dall´artista; quando questa realtà viene rappresentata con la forza del sentimento e dello stile, non può essere ignorata e dimenticata. La coscienza della nazione e del mondo avrà davanti il paese com´è, le sue strade, le sue case, i suoi contadini, i suoi bambini e le donne, la loro fame e i loro mali ».

Nell´aprile del 1960 si svolse a Palma di Montechiaro un Convegno sulle condizioni di vita e di salute in zone arretrate della Sicilia occidentale. Fu un grande evento che, grazie anche agli importanti intellettuali che vi parteciparono, richiamò l´attenzione e l´interesse di gran parte della cultura italiana e internazionale. Il Convegno si svolgeva in una cittadina estremamente arretrata e degradata, proclamata qualche anno prima "la terra del Gattopardo", essendo da più generazioni la patria d´origine della famiglia aristocratica da cui discendeva lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa scomparso appena tre anni prima, il cui romanzo postumo era da poco apparso nelle vetrine delle librerie.
Leonardo Sciascia – del quale abbiamo riportato sopra l´accorata dichiarazione resa in quell´occasione – tenne in quel convegno la relazione più interessante. Già con il saggio-racconto Le parrocchie di Regalpetra (1956) Sciascia aveva espresso da una parte la speranza nei poteri della ragione e nelle conquiste liberatrici della storia, ma dall´altra anche la dolente coscienza delle carenze e delle colpe della classe dirigente di ieri e di oggi e del prezzo di dolore che esse comportano. Ora, in quel convegno, Sciascia indagava la funzione della cultura e il ruolo dello scrittore.

« Qui siamo nella terra del Gattopardo – disse nel suo intervento Carlo Levi, autore di Cristo si è fermato a Eboli -, il cui pensiero amaro è che nulla può essere fatto, che la realtà è immobile. Questo Convegno è una specie di confutazione del Gattopardo, nella sua stessa terra ».
Gli fece eco Sciascia, convenendo che « nella terra del Gattopardo tutto sembra dar ragione allo scetticismo e allo storicismo che Giuseppe Tomasi, ultimo o penultimo duca di Palma, ha profuso nel suo libro », ma respingendo l´eventualità della fine del neorealismo e della letteratura d´opposizione, cioè « la fine di un patto portato dalla storia tra gli intellettuali e le classi popolari ».
In realtà, già sul finire degli anni Cinquanta entravano in crisi, non diciamo in Sicilia ma in Italia, i princìpi su cui si era fondato, ancor prima che finisse il secondo conflitto mondiale, il neorealismo così letterario come cinematografico.
La parabola del neorealismo si era esaurita: cominciava ad affermarsi la tendenza a evadere dalla storia, a volgersi a una rappresentazione esistenziale, a presentare il dolore o la solitudine come modi di essere eterni dell´uomo. Il Gattopardo, pubblicato nel 1958, proiettava sullo specchio del lontano Risorgimento la delusione meridionalista e siciliana maturata attraverso lo scadente e disingannato dopoguerra.
« Alla primavera del 1945 – osserva E. Galli Della Loggia – seguirono gli inverni, dieci o forse qualcuno di più. Gli inverni del clericofascismo, della guerra fredda, dello stalinismo, dello scontro durissimo nelle fabbriche e nelle piazze, della ricostruzione capitalistica. Tutto o almeno tanto era cambiato, ma tutto o almeno tanto sembrava rimasto come prima ».

Ma il fatto è che la sfiducia nell´agire umano e il finale approdo di morte (questa è in fondo la chiave di lettura del Gattopardo) percorrono costantemente la narrativa siciliana, da Verga a De Roberto a Tomasi a Bufalino, per non citare che i più grandi e i più rappresentativi. E la negazione della storia e l´affermazione della sterilità dell´agire umano – che sono i motivi più autentici del Gattopardo, ben oltre quelli semplicemente storici - sembravano semplicemente confermate, negli anni in cui il Tomasi scriveva, dal fallimento delle istanze più profonde e innovatrici della Resistenza.
Il tema è quello del fluire del tempo, del decadere, della morte, al di là delle azioni umane: è una sorta di "ideologia di morte" che incombe su tutto, e lo stesso paesaggio siciliano rivela sotto lo sfavillio di colori e di luce i segni del disfacimento. Questo, che è il motivo ispiratore del Gattopardo, si inserisce in un filone della narrativa europea dove troviamo, ad esempio, Proust e Mann. Del resto anche nel battagliero Sciascia, pur permeato di grande fiducia nella ragione, restava l´ipotesi della sconfitta, la consapevolezza storica di tante battaglie ingaggiate e perse.
Nella produzione neorealista, d´altro canto, la presenza di narratori siciliani si può considerare di scarsissimo rilievo o addirittura nulla. Questo significa che il Gattopardo, se per la narrativa italiana costituiva quasi l´atto di morte del neorealismo (si ricordi che forse per questa ragione lo scrittore siciliano Elio Vittorini rifiutò il manoscritto e impedì che la Einaudi lo pubblicasse) e introduceva tematiche che avrebbero trovato in quegli anni vasta eco, per ciò che concerne la narrativa siciliana era invece perfettamente in linea con la sua tradizione più antica e autorevole.

Questo nostro discorso rischia di condurci al tema (che è un vero e proprio campo minato) della "sicilianità" o "sicilitudine". La maggior parte degli studiosi è disposta ad ammettere, al più, solo l´ipotesi di una "sicilianità letteraria", cioè la presenza soltanto al livello letterario di caratteri specifici della sensibilità siciliana.
Noi ci permettiamo di osservare che, piuttosto che parlare di un atteggiamento ´antropologicamente´ tipico dei siciliani (una sorta di "sicilianità" o "sicilitudine" immanente, metafisica e metastorica), sarebbe preferibile affermare che negli intellettuali siciliani c´è una maggiore carica ideale di fronte alla realtà e alla storia, carica capace di provocare delusioni e cadute paralizzanti e nichiliste, quando gli ideali vengono sistematicamente e cinicamente spazzati via dal pragmatismo miope e rozzo dei vecchi e mediocri mestieranti della politica.


FRANCESCO EREDDIA